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Cassazione Penale

Cassazione penale sez. II, 21/04/2017, n.24857

La massima

Ai fini della configurabilità del delitto di appropriazione indebita, qualora oggetto della condotta sia il denaro, è necessario che l'agente violi, attraverso l'utilizzo personale, la specifica destinazione di scopo ad esso impressa dal proprietario al momento della consegna, non essendo sufficiente il semplice inadempimento all'obbligo di restituire somme in qualunque forma ricevute in prestito. (In motivazione la Corte ha osservato che, con particolare riguardo al contratto di mutuo, il denaro per definizione transita in proprietà del mutuatario, il quale è libero di disporne secondo i propri voleri, con la conseguenza che la mancata restituzione, da parte sua, di quanto ricevuto non comporta alcuna interversione nel possesso idonea ad integrare l'ipotesi delittuosa di cui all'art. 646 cod. pen.).

La sentenza integrale

RITENUTO IN FATTO
1.1 Con sentenza in data 11 luglio 2016 la Corte di appello di Salerno, in parziale riforma della pronuncia di primo grado del Tribunale monocratico di Salerno, riduceva le pene inflitte a F.D., G.P. e F.G., in ordine al reato loro in concorso ascritto di appropriazione indebita.

1.2 Riteneva il giudice di appello dovere confermare l'affermazione di responsabilità dei tre imputati in relazione alla condotta di appropriazione di una somma di denaro pari ad Euro 30.000,00 che era stata loro precedentemente prestata dalla congiunta G.A..

1.3 Avverso detta sentenza proponeva ricorso per cassazione il difensore degli imputati deducendo, con unico motivo, violazione di legge in relazione ai presupposti del delitto di appropriazione indebita non configurabile nei confronti di somme date in prestito e, pertanto, concesse in mutuo le quali, per definizione, devono ritenersi acquisite al patrimonio dei mutuatari con la conseguenza di rendere impossibile l'interversione nel possesso.

CONSIDERATO IN DIRITTO
2.1 Il ricorso è fondato e deve pertanto essere accolto.

Ed infatti in tema di prestito di somme di denaro questa Corte con affermazione risalente nel tempo ma ancora valida stante l'immutabilità del quadro normativo di riferimento ha affermato che la specifica indicazione del "denaro", contenuta nell'art. 646 c.p., rende evidente che il legislatore ha inteso espressamente precisare, allo scopo di evitare incertezze e di reprimere gli abusi e le violazioni del possesso del danaro, che anche questo può costituire oggetto del reato di appropriazione indebita, in conseguenza del fatto che anche il danaro, nonostante la sua ontologica fungibilità, può trasferirsi nel semplice possesso, senza che al trasferimento del possesso si accompagni anche quello della proprietà. Ciò di norma si verifica, oltre che nei casi in cui sussista o si instauri un rapporto di deposito o un obbligo di custodia, nei casi di consegna del danaro con espressa limitazione del suo uso o con un preciso incarico di dare allo stesso una specifica destinazione o di impiegarlo per un determinato uso:in tutti questi casi il possesso del danaro non conferisce il potere di compiere atti di disposizione non autorizzati o, comunque, incompatibili con il diritto poziore del proprietario e, ove ciò avvenga si commette il delitto di appropriazione indebita (Sez. 2, n. 4584 del 25/10/1972, Rv. 124301).

Ne deriva affermare che il denaro può essere oggetto di interversione nel possesso, e conseguente appropriazione indebita solo quando sia consegnato dal legittimo proprietario, ad altri con specifica destinazione di scopo che venga poi violata attraverso l'utilizzo personale da parte dell'agente; solo ove il mandatario violi quindi il vincolo fiduciario che lo lega al mandante e destini le somme a scopi differenti da quelli predeterminati può integrarsi una condotta di appropriazione indebita. Viceversa, ove si sia in presenza della mancata restituzione di somme date o concesse in qualunque forma di prestito, l'inadempimento dell'obbligo non determina l'integrazione della fattispecie delittuosa di cui all'art. 646 c.p., poichè il contratto di mutuo pur se stipulato tra soggetti appartenenti allo stesso nucleo familiare non comporta alcuna destinazione di scopo del denaro versato. Difatti con il mutuo, per definizione, il denaro versato transita dalla proprietà del mutuante a quella del mutuatario, che è libero di disporne secondo i propri voleri; tale è infatti l'inequivocabile contenuto dell'art. 1814 codice civile secondo cui le cose date a mutuo passano di proprietà al mutuatario sicchè, ne consegue, che la mancata restituzione non comporta alcuna interversione nel possesso proprio perchè il trasferimento è antecedente al momento di trasferimento del denaro.

E poichè nel caso di specie risulta pacificamente dalla lettura dell'imputazione, dall'analisi degli atti del giudizio di primo e secondo grado, che la parte offesa aveva dato in prestito quella somma di denaro agli imputati, i quali ne avevano bisogno per sostenere alcune spese personali, la mancata restituzione della stessa non è idonea ad integrare una ipotesi delittuosa riconducibile alla fattispecie penale di cui all'art. 646 c.p..

Pertanto, pur essendo indiscutibile ed incontestato in questa sede l'inadempimento all'obbligo di restituzione commesso dagli imputati, gli stessi devono andare assolti dal delitto loro contestato perchè il fatto non sussiste.

P.Q.M.
annulla senza rinvio la sentenza impugnata perchè il fatto non sussiste.

Così deciso in Roma, il 21 aprile 2017.

Depositato in Cancelleria il 18 maggio 2017

Appropriazione indebita: la sola mancata restituzione di somme ricevute in prestito non è idonea a configurare il reato

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