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Cassazione Penale

Tribunale Taranto sez. I, 01/12/2021, n.2010

La massima

Massima non presente

La sentenza integrale

Svolgimento del processo
Con decreto emesso dalla Procura della Repubblica di Taranto in data 22.06.2016, Fa.Ca. veniva citato in giudizio per rispondere del delitto indicato in epigrafe. All'udienza del 07.06.2017, dichiarata l'assenza dell'imputato e ammessa la costituzione in giudizio, in qualità di parte civile, della persona offesa, (...), ricorrendone i presupposti di legge e nulla opponendo le parti a riguardo, si procedeva con la dichiarazione di apertura del dibattimento e l'ammissione delle prove richieste, così come indicate a verbale. A seguito di due successivi rinvii disposti, il primo, in data 11.04.2018, attesa l'adesione dei difensori all'astensione dalle udienze proclamata dall'Organismo di Rappresentanza, Unione Camere Penali Italiane, con sospensione dei termini di prescrizione del reato per l'intero arco dilatorio, ed il secondo, il 30.01.2019, stante l'impedimento a comparire del teste regolarmente citato, all'udienza del 19.06.2019, il Tribunale, dato atto del mutamento dell'organo giudicante, disponeva la rinnovazione del giudizio con regressione del processo alla dichiarazione di apertura del dibattimento, a seguito della quale le parti si riportavano alle precedenti richieste istruttorie. Ammesse le prove e atteso il consenso manifestato dalle parti all'inversione dell'ordine di assunzione delle prove, ai sensi dell'art, 496, co. 2, c.p.p., si procedeva all'esame del teste Ce.Na.

A seguito del rinvio disposto in data 06.11.2019, a causa della temporanea assenza del magistrato deputato alla trattazione del giudizio, all'udienza dell'08.07.2020, il Tribunale, stante l'intervenuto mutamento dell'organo giudicante, disponeva la rinnovazione del giudizio, procedendo alla concorde acquisizione, ai sensi degli artt. 493, co. 3, e 500, co. 7, c.p.p., della querela presentata, dinanzi alla sezione di polizia giudiziaria della Procura della Repubblica presso il Tribunale di Taranto, in data 27.07.2015, dalla persona offesa ed all'esame di quest'ultima.

All'udienza del 03.03.2021, il Tribunale, dato nuovamente atto del mutamento dell'organo giudicante, disponeva la rinnovazione del giudizio con regressione del processo alla dichiarazione di apertura del dibattimento, a seguito della quale le parti si riportavano alle precedenti richieste istruttorie, manifestando il consenso all'utilizzabilità degli atti acquisiti al fascicolo dibattimentale mediante lettura. Ammesse le prove e disposta la rinnovazione del giudizio in conformità al consenso manifestato dalle parti, si disponeva, ai sensi dell'art. 495, co. 4 bis, c.p.p., la revoca dell'ordinanza ammissiva dei mezzi istruttori nella parte relativa all'esame dei residui testi indicati in lista della parte civile, stante la rinuncia della parte richiedente al predetto ascolto e nulla opponendo il P.M. e la difesa a riguardo.

A seguito del rinvio disposto in data 05.05.2021, atteso l'impedimento del difensore dell'imputato a comparire in udienza per comprovate ragioni di salute, con sospensione dei termini di prescrizione del reato, nella misura individuata dall'art. 159, co. 1, n. 3), c.p., all'udienza del 10.11.2021, in difetto di ulteriori richieste probatorie e di dichiarazioni acquisibili ai sensi dell'art. 513 c.p.p., si dichiarava la chiusura dell'istruttoria dibattimentale e l'utilizzabilità degli atti presenti nel fascicolo dei giudizio, a seguito della quale le parti rassegnavano le proprie conclusioni nei termini indicati in epigrafe.

All'esito della camera di consiglio, il Giudice pronunciava dispositivo di sentenza, dandone integrale lettura alle parti presenti.

Diritto
Motivi della decisione
1. All'imputato è contestato il reato di cui all'art. 646 c.p., perché, al fine di procurarsi un ingiusto profitto, si appropriava la somma di euro 1.446,85, prelevandola dal conto di (...), mediante l'utilizzo della carta bancomat di cui aveva il possesso.

Ebbene, l'evidenza disponibile depone per una diversa definizione giuridica dei fatti emersi all'esito del giudizio, consentendo di ricostruire la vicenda nei termini che seguono. Dall'acquisizione della querela presentata dalla persona offesa e dal relativo esame è, invero, emerso come, a seguito dell'improvvisa morte del figlio convivente, Gi.Ca., e della conseguente necessità di affidarsi alle cure di un familiare che provvedesse alle sue immediate esigenze di vita, la parte civile avesse affidato la carta di debito riferibile al proprio conto corrente bancario all'imputato, demandandogli l'esecuzione di pagamenti e acquisti nel suo interesse.

In particolare, nel rappresentare come, in occasione del ricovero ospedaliero del congiunto - che, sino a quel momento, aveva badato ad ogni suo bisogno - la predetta carta fosse stata affidata alla sorella Te.Vi., la persona offesa ha, poi, precisato come, successivamente alla sua prematura scomparsa ed in occasione delle sue esequie, si fosse rivolta al Fa.Ca., fratello del figlio Gi.Ca., al quale chiedeva di intercedere con la germana, al fine di riacquistare la disponibilità dello strumento di pagamento. Sicché, dopo la consegna del bancomat (avvenuta l'11.05.2015), attesa la disponibilità manifestata dall'imputato a provvedere, in luogo del fratello scomparso, alle necessità della persona offesa, quest'ultima ha riferito di aver acconsentito - seppure in un momento di profondo sconforto e confusione emotiva - al ritiro della carta da parte dell'imputato, il quale, nei giorni immediatamente successivi, provvedeva, nel suo interesse, al versamento degli importi relativi al canone di locazione della sua abitazione, alla retribuzione della sua collaboratrice domestica, all'acquisto di indumenti femminili e della lastra commemorativa del fratello, nonché al prelievo di denaro contante che prontamente le consegnava, per un ammontare complessivo pari ad euro 2.275.

Nel precisare, dunque, come solo una parte dei predetti pagamenti fossero stati realizzati, con il suo consenso, mediante l'utilizzo della sua carta di debito, giacché per la restante parte l'imputato anticipava autonomamente le relative somme, la teste ha, poi, riferito come quest'ultimo si fosse allontanato da Taranto, il 14.05.2015, per far rientro ad Allumiere (ove abitualmente risiedeva), portando con sé il bancomat, nonché come, a partire da tale data e sino al 23.05.2015, il Fa.Ca., servendosi di tale strumento, avesse effettuato acquisti e prelievi di denaro, per un importo pari ad euro 2.231,90.

Secondo la versione dei fatti rappresentata in querela, la Ro.Vi., accortasi della realizzazione di tali operazioni ed attivata la procedura prevista dall'istituto di credito per la segnalazione di blocco della carta, richiedeva invano all'imputato l'immediata restituzione del totale corrispondente alla minor somma tra il corrispettivo delle indebite transazioni realizzate dopo la sua partenza (euro 2.231,90) e quanto dallo stesso anticipato, nel suo interesse, durante la sua permanenza a Taranto (euro 785,05), pari ad euro 1.446,85.

A conferma di tali circostanze, l'acquisizione della nota inviata dalla persona offesa al Fa.Ca. a mezzo raccomandata {dallo stesso ricevuta in data 11.06.2015) ed il contenuto della deposizione di Ce.Na. (nipote della parte civile) hanno posto in luce, da un Iato, come l'imputato non avesse fornito alcun chiarimento in ordine agli acquisti ed ai prelievi effettuati dopo il suo rientro ad Allumiere, dall'altro come la Ro.Vi. avesse provveduto affidato la sua carta di debito al predetto, al fine di provvedere alle sue immediate esigenze.

In particolare, secondo quanto riferito dalla teste, presente al momento della consegna del bancomat all'imputato, quest'ultimo, nei giorni immediatamente successivi alla scomparsa del cugino Gi., aveva provveduto, nell'interesse dell'anziana zia al disbrigo di alcun incombenze ed a provvedere alle sue più immediate esigenze, non solo utilizzando la carta ricevuta, ma anche anticipando il corrispettivo di alcune spese. Tuttavia, a seguito della sua partenza, il Fa.Ca. aveva utilizzato il predetto strumento al fine di effettuare acquisiti personali per un valore superiore agli importi dallo stesso versati in favore della persona offesa, la quale, in quanto sprovvista della carta ed impossibilitata ad accedere in altro modo alle somme depositate sul suo conto corrente, si era recata presso la filiale dell'istituto di credito (...), ove - acquisito il relativo estratto conto - aveva constatato la pluralità delle transazioni realizzate dall'imputato (cfr. verbale udienza del 19.06,2019, a pag. 8 e ss.: "TESTE NA. - ... lui (i.e. Fa.Ca.) ha anticipato ma somma di circa 785 euro, in più aveva prelevato per una somma che ora è superiore ai mille euro, aveva prelevato con la carta bancomat per compare per il marmo per la lapide mio cugino, la lavatrice ... Lo ha fatto con la carta. Quello che lui ha prelevato a Roma, volevo dire prima, non corrispondeva alla cifra che lui aveva anticipato stando a Taranto ... tutto ciò è stato scoperto facendo un estratto conto, quindi mia zia si è dovuta recare in banca accompagnata da una signora, dalla signora credo la Ce. o mia madre ... e ha constatato tramite il direttore della banca del (...), che il signor Fa.Ca., dal 14 maggio 2015 al 23 maggio 2015, aveva prelevato tot somma... Quindi il 23 maggio Ro.Vi. bloccava la carta ...").

Da ultimo, la produzione in giudizio della lista movimenti relativa al conto corrente intestato alla persona offesa ha consentito di rilevare come, a partire dal 14.05.2015 e sino al 23 maggio successivo, la carta di debito affidata all'imputato fosse stata utilizzata per effettuare:

un pagamento di euro 100, presso la stazione di servizio Agip-(...), situata sul raccordo autostradale 407, denominato "(...)";

due prelievi, ciascuno di euro 250, dall'istituto di credito (...);

un prelievo di euro 252,10 dalla filiale di Grosseto dell'istituto di credito (...);

un prelievo di euro 252,10 dalla filiale di Civitavecchia dell'istituto di credito (...);

tre prelievi, ciascuno di euro 252,10, dalla filiale di Civitavecchia dell'istituto di credito (...);

due acquisti, rispettivamente dell'importo di euro 38,43 ed euro 80,87, presso il punto vendita "(...)" di Grosseto;

un prelievo di euro 252,10 dall'ufficio postale di Allumiere.

2.1. Cosi ricostruite in breve le risultanze istruttorie, va rilevato come l'evidenza disponibile consenta di ritenere provata la responsabilità dell'imputato, non già in ordine al reato di appropriazione indebita a lui ascritto, ma alla diversa ipotesi delittuosa di furto. Relativamente alla sussistenza del delitto di cui all'art. 646 c.p., va detto come la relativa configurazione richieda l'appropriazione del denaro o della cosa mobile altrui, attraverso l'inversione del possesso in proprietà e sempre che si realizzi, in tal modo, un risultato irreversibile, da intendersi come l'instaurazione di un rapporto animo domini con la res.

Ebbene la rilevanza attribuibile alla nozione di possesso segna, invero, l'esatto confine tra le due fattispecie incriminatrici innanzi richiamate. La questione merita alcune precisazioni.

Si è ampiamente discusso, in dottrina e giurisprudenza, se la nozione di possesso vada mutuata da quella specifica del diritto privato o se, invece, come pare più corretto, essa debba essere individuata autonomamente all'interno del diritto penale. L'opzione ermeneutica prevalente è quella che, rifuggendo da definizioni aprioristiche e assolute, identifica il possesso di cui all'art. 646 in un'autonomo potere di fatto sulla cosa che comporta, quindi, la facoltà, più o meno vasta e giuridicamente riconosciuta, di servirsi della cosa stessa. La necessaria instaurazione di una relazione diretta con la cosa induce, dunque, ad escludere dall'ambito di rilevanza penalistica il c.d. possesso mediato, disciplinato dall'art. 1140, co. 2, c.c., ovverosia quello che si realizza per il tramite di un'altra persona che ha la detenzione (in senso civilistico) della cosa, con la precisazione, tuttavia, che non è indispensabile un rapporto di contatto fisico o di stretta contiguità tra il soggetto e il bene ma è sufficiente la disponibilità dello stesso, cioè la possibilità di disporne concretamente in qualsiasi momento lo si voglia.

Ebbene, il significato penalistico di tale elemento appare dunque complessivamente più ampio dell'omologo civilistico, giacché il possesso nel diritto penale (rectius: nell'appropriazione indebita) non si esaurisce nel "potere sulla cosa che si manifesta in un'attività corrispondente all'esercizio della proprietà o di altro diritto reale" (ex art. 1140, co. 1, c.c.) ma abbraccia un concetto più esteso che, includendovi anche i diritti personali di godimento, sembra doversi accertare in relazione alla capacità di controllo rimasta al titolare del diritto di grado superiore sulla cosa - normalmente il soggetto passivo del reato - nel senso che, laddove quest'ultimo conservi (anche) la signoria di fatto sul bene (la c.d. sfera di custodia e sorveglianza), il soggetto agente non potrà considerarsi un possessore, ai fini di cui all'art. 646 c.p., ma un mero detentore materiale.

Ebbene, proprio in tale ambito deve essere tracciato il confine dell'autonomo potere di fatto del possessore, ove l'autonomia è data proprio dalla mancanza, in capo al titolare del potere giuridico maggiore, di una diretta vigilanza sul bene, vale a dire della disponibilità concreta della cosa. Quanto, poi, al profilo afferente la temporalità del possesso, ovvero se questo debba per forza precedere l'appropriazione o se possa anche essere contestuale a questa, non può farsi a meno di rilevare come, in tale ultima eventualità, il presupposto possessorio si risolverebbe in un'accezione puramente negativa (ovvero la mancanza di un altrui possesso), la quale determinerebbe un effetto illegittimamente estensivo dell'ambito applicativo della norma, con la conseguenza di doverlo ritenere certamente preesistente, oltre che persistente, all'atto di appropriazione. Circa, invece, la natura del titolo del possesso, non v'è alcun dubbio che l'inciso normativo "a qualsiasi titolo" consenta di collegarlo a qualsivoglia causa (una legge, un contratto), purché, tuttavia, si ritenga comunque sussistente, esulando dalla rilevanza della fattispecie incriminatrice ogni forma di possesso acquisito tramite una condotta criminosa.

Nel solco di tali osservazioni, la giurisprudenza di legittimità, considerando possessori anche i soggetti titolari di posizioni non strettamente inquadrabili nell'ambito del possesso in senso civilistico, che presuppone l'esercizio di un potere di fatto sulla cosa, con l'esclusione di ogni volontà di riconoscere la posizione del proprietario (C., Sez. IV, 24.11.2016-13.2.2017, n, 6617), ha ribadito come il concetto di possesso vada autonomamente ricavato dalle norme penali, a prescindere dalla coincidenza o meno col significato che ne viene dato nel diritto privato (C., Sez. feriale, 2.9.2004). Per cui il soggetto, ai sensi dell'art. 646 c.p., possiede il denaro o la cosa mobile quando esercita su questi un'autonomo potere di fatto, al di fuori dalla sfera di custodia e di vigilanza del titolare, mentre, ove permanga quest'ultima, per impossessarsi della cosa bisognerà necessariamente sottrarla, con conseguente applicabilità dell'art. 624 c.p. (tra le tante, C., Sez. V, 17.12.2014, n. 7304; C., Sez. II, 7.1.2011; C., Sez. II, 20.9.2007; C., Sez. II, 8.5.2001). Va da sé che, circoscrivendosi i confini dell'autonomo potere sulla cosa in funzione della sfera di vigilanza del titolare, a nulla rileva che tra l'agente e il bene esista un rapporto materiale, giacché, quand'anche sussistente, se il soggetto attivo agisce all'interno del potere di controllo del proprietario - così che nessuna autonoma disponibilità gli viene riconosciuta - l'eventuale impossessamento della res integrerà il delitto di furto e non la fattispecie di cui all'art. 646 c.p., (cfr. in termini Sez. V, 25.9-25.11.2020, n. 33105, in fattispecie relativa a lavoratore dipendente che, prima di abbandonare il proprio lavoro, prelevi dalla cassaforte aziendale, di cui conosca i codici, i programmi informatici contenenti il know how aziendale e la banca dati dei clienti).

Ebbene, fatta tale giuridica premessa ed avuto riguardo al tenore della contestazione fattuale addebitata all'imputato, non può sottacersi come, nel caso di specie, la condotta posta in essere dal Fa.Ca., lungi dall'arrestarsi all'appropriazione della carta di debito della persona offesa - il cui affidamento era pur sempre subordinato all'esecuzione di pagamenti dalla stessa specificatamente delegati - abbia avuto ad oggetto le somme di denaro depositate sul conto corrente intestato alla Ro.Vi., con la conseguenza di non poter ad essa attribuire un significato appropriativo rilevante, nei termini innanzi indicati, ai sensi dell'art. 646 c.p., quanto più propriamente un contenuto sottrattivo, che, sebbene realizzato mediante l'indebito utilizzo di uno strumento di pagamento, risulta agevolmente riconducibile nell'alveo dell'impossessamento disciplinato dall'art. 624 c.p.

Tale conclusione risulta, invero, in linea, oltre che con i principi innanzi richiamati, con i più recenti arresti giurisprudenziali, secondo cui, ai fini della delimitazione dei confini tra il reato di furto e quello di appropriazione indebita, possono rientrare nella nozione di possesso vari casi di detenzione, ma deve comunque trattarsi di detenzione "nomine proprio" e non in "nomine alieno", come in tutti i casi di persone che abbiano la disponibilità materiale della cosa ad altri appartenente in virtù del rapporto di dipendenza che le lega al titolare del diritto (così Sez. II, n. 43132 del 05.05.2016, (...), Rv. 268440; in termini, sez. IV, 31.01.2019, dep. 25.02.2019, n. 8128). Perché ci sia appropriazione indebita e non furto, dunque, occorre che l'agente abbia un'autonomo potere di fatto sulla cosa, che sfugge a qualsiasi possibilità di controllo da parte del proprietario o di chi vanti un potere giuridico prevalente su questa. E così non era, evidentemente, per l'imputato, la cui facoltà di effettuare pagamenti - seppure riconosciutagli per mezzo dell'affidamento della carta di debito - non conferiva certo al Fa.Ca. alcuna signoria autonoma sul conto corrente della persona offesa, trattandosi di una prerogativa pur sempre vincolata alle istruzioni ed alle direttive impartitegli da quest'ultima, in ragione delle sue particolari esigenze di vita. Va da sé che la provvista depositata sul predetto rapporto bancario è sempre stata nella piena disponibilità della titolare ed è divenuta di volta in volta oggetto di furto da parte del Fa.Ca., il quale, senza averne mai avuto il possesso autonomo, profittando della possibilità che gli era riconosciuta d'effettuare operazioni e transazioni nell'esclusivo interesse dell'anziana donna, ne ha sottratto una gran parte dirottandola a proprio vantaggio. Né varrebbe in alcun modo rilevare l'anticipazione di somme da parte dell'imputato, giacché, come risulta evincibile dall'estratto conto bancario, quanto illecitamente sottratto da quest'ultimo dopo la sua partenza risulta di gran lunga superiore all'importo dallo stesso versato durante la sua permanenza a Taranto.

Ritenuto, pertanto, che gli elementi emersi all'esito dell'istruttoria dibattimentale confermino tale assunto, il punto essenziale, sotto il profilo giuridico, attiene, ora, all'ammissibilità di una qualificazione del fatto ex art. 624 c.p., pur in presenza di una contestazione ai sensi dell'art. 646 c.p.

La questione involge, invero, il tema relativo ai limiti del potere del sindacato giurisdizionale relativo alla qualificazione giudica del fatto, sulla scorta del principio di correlazione tra imputazione e sentenza di cui all'art. 521 c.p.p., anche per effetto di una lettura della disposizione alla luce degli artt. 111 Cost. e 6, commi 1 e 3, lett. a) e b), della CEDU, per come interpretato dalla Corte Europea dei Diritti dell'Uomo (cfr. Corte EDU 11 dicembre 2007, (...) c. Italia e 22 febbraio 2018, (...) c. Italia).

Sul punto, in linea generale, deve ribadirsi che - ai fini della sussistenza della violazione del predetto principio - non è sufficiente qualsiasi modificazione dell'accusa originaria, ma è necessaria una modifica che pregiudichi la possibilità di difesa dell'imputato. Ne consegue che la violazione dell'art. 521 c.p.p. non sussiste quando nel capo di imputazione siano contestati gli elementi fondamentali idonei a porre l'imputato in condizioni di difendersi dal fatto successivamente ritenuto in sentenza, da intendersi come accadimento storico oggetto di qualificazione giuridica da parte della legge penale, che spetta al giudice individuare nei suoi esatti contorni (cfr. sez. V, n. 7984/2012, dep. 2013, Rv. 254648), né può ritenersi configurabile qualora la diversa qualificazione giuridica appaia, conformemente all'art, 111 Cost. e all'art. 6 CEDU, come uno dei possibili epiloghi decisori del giudizio, secondo uno sviluppo interpretativo assolutamente prevedibile, in relazione al quale l'imputato ed il suo difensore abbiano avuto nella fase di merito la possibilità di interloquire in ordine al contenuto dell'imputazione, anche attraverso l'ordinario rimedio dell'impugnazione (cfr. sez. II n. 46786/2014, Rv 261052; sez. V n. 1697/2013, dep. 2014, Rv. 258941).

Ciò posto, deve ritenersi come, nella specie, una simile violazione non possa in alcun modo ritenersi sussistente, stante il pronosticabile esito interpretativo che sulla scorta degli elementi probatori innanzi richiamati la vicenda avrebbe assunto in giudizio, vieppiù in considerazione dell'espresso tenore letterale dell'imputazione, la quale, lungi dal l'incentrarsi sulla carta di debito, ha ad oggetto la somma di denaro prelevata dal conto corrente.

3. Ritenuta, dunque, la responsabilità dell'imputato per i fatti in contestazione riqualificati nei termini di cui innanzi e rilevata l'insussistenza degli estremi per una assoluzione ai sensi dell'art. 131 bis c.p., giacché, in ragione delle fraudolente modalità della condotta realizzata e della pluralità dei prelievi effettuati, l'offesa al bene giuridico protetto dalla fattispecie incriminatrice non riveste i caratteri della tenuità, resta, allora, soltanto da dire della commisurazione della pena, la quale si stima congrua in quella di cui in dispositivo.

3.1 Non si ritiene ricorrano, invero, le condizioni per il riconoscimento delle circostanze attenuanti generiche, attesa l'insussistenza di elementi meritevoli di apprezzamento in termini di adeguamento del trattamento sanzionatorio, vieppiù ove si consideri come la mancanza di una partecipazione attiva dell'imputato al procedimento non abbia consentito di valutare eventuali interpretazioni alternative della sua condotta.

3.2 Sussistono, invece, i presupposti per il riconoscimento della sospensione condizionale della pena, atteso che l'episodicità della condotta, unitamente all'effetto dissuasivo della condanna, consentono una prognosi favorevole in ordine alla futura astensione dalla commissione di ulteriori reati.

Tuttavia, avuto riguardo alla circostanza, evincibile dal casellario giudiziale, che l'imputato ha già usufruito della sospensione condizionale della pena, il riconoscimento del beneficio impone, ai sensi del disposto di cui all'art. 165, co. 2, c.p., di subordinarne la concessione alla prestazione di attività non retribuita a favore della collettività, da svolgersi presso i servizi di assistenza sociale del Comune di residenza, per la durata di quindici giorni.

3.3 Alla statuizione di colpevolezza, consegue per legge la condanna al pagamento delle spese processuali in favore dello Stato.

3.4 L'affermazione di responsabilità dell'imputato importa, inoltre, ex art. 185 c.p., la condanna dello stesso al risarcimento del danno in favore della costituita parte civile, che si ritiene di poter liquidare equitativamente in euro 2.000,00, in ragione dei danni patrimoniali e non subiti dalla Ro.Vi., tenuto conto del pregiudizio economico derivante dalla sottrazione delle somme di denaro e di quello non patrimoniale connesso alle problematiche derivanti dal blocco della carte di debito e dal conseguente rilascio di un nuovo strumento di pagamento.

Ai sensi dell'art. 541 c.p.p., infine, l'imputato deve essere condannato al pagamento delle spese processuali sostenute dalla costituita parte civile, che si liquidano come da dispositivo.

Le contemporanee e gravose incombenze del ruolo impediscono la stesura immediata della motivazione e giustificano l'assunzione del termine per il deposito della stessa come da dispositivo.

PQM
P.Q.M.
Letti gli artt. 521, 533 e 535 c.p.p.,

previa riqualificazione dei fatti in contestazione ai sensi dell'art. 624 c.p., dichiara Fa.Ca. colpevole del reato ascrittogli, così riqualificato, e lo condanna alla pena di 6 mesi di reclusione ed euro 200,00 di multa, oltre al pagamento delle spese processuali. Letti gli artt. 163 e 165 c.p.,

concede il beneficio della sospensione condizionale della pena a Fa.Ca., subordinandolo alla prestazione di attività non retribuita a favore della collettività, da svolgersi presso i servizi di assistenza sociale del Comune di residenza, per la durata di quindici giorni ed entro il termine di tre mesi dal passaggio in giudicato della sentenza. Letti gli artt. 538 e ss. c.p.p.,

condanna Fa.Ca. al risarcimento dei danni materiali e morali patiti dalla costituita parte civile che liquida equitativamente in euro 2.000,00.

Pone a carico di Fa.Ca. le spese di costituzione e rappresentanza di parte civile che liquida in euro 1,838,80 oltre rimborso spese forfetario e accessori di legge. Termine di giorni 90 per il deposito della motivazione.

Così deciso in Taranto il 10 novembre 2021.

Depositata in Cancelleria il 1 dicembre 2021.

Appropriazione indebita o furto: possesso o sottrazione del bene.

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