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Cartella di pagamento

Cartella di pagamento: l'omessa sottoscrizione da parte del funzionario competente non comporta l'invalidità dell'atto

Comm. trib. reg. Roma, (Lazio) sez. II, 11/05/2022, n.2131

L'omessa sottoscrizione della cartella di pagamento da parte del funzionario competente non comporta l'invalidità dell'atto, la cui esistenza non dipende tanto dall'apposizione del sigillo o del timbro o di una sottoscrizione leggibile, quanto dal fatto che tale elemento sia inequivocabilmente riferibile all'organo amministrativo titolare del potere di emetterlo, tanto più che, a norma dell'art. 25 del D.P.R. 29 settembre 1973, n. 602, la cartella, quale documento per la riscossione degli importi contenuti nei ruoli, deve essere predisposta secondo il modello approvato con decreto del Ministero competente, che non prevede la sottoscrizione dell'esattore, ma solo la sua intestazione e l'indicazione della causale, tramite apposito numero di codice

La sentenza integrale

Fatto

L'Agenzia delle Entrate-Riscossione, in data 7 agosto 2019, aveva notificato alla società (omissis…) S.R.L. la cartella di pagamento indicata in epigrafe, relativa al II trimestre 2017, per l'importo di Euro 991,843,32.

La predetta società aveva impugnato tale cartella, chiedendone l'annullamento, in considerazione della causa di forza maggiore che aveva impedito di provvedere all'adempimento delle obbligazioni tributarie.

In particolare, aveva rappresentato l'oggettiva impossibilità economica in cui era venuta a trovarsi a causa dell'insolvenza dei suoi più rappresentativi clienti (quali la Soc. (omissis…) S.P.A. e (omissis…) S.P.A. ); con la conseguenza che tale insolvenza le aveva di fatto impedito di adempiere alle prescrizioni fiscali in materia di I.V.A..

Pertanto, aveva chiesto di voler dichiarare non dovute le somme richieste in cartella esattoriale a titolo di sanzioni e interessi moratori.

L'Agenzia delle Entrate si era costituita in giudizio, replicando alle eccezioni della controparte.

All'esito del giudizio di primo grado, la Commissione Tributaria Provinciale di Roma aveva respinto il ricorso.

In particolare, aveva rilevato che "la Sezione 7 di questa Commissione Provinciale - con sentenza 1143/7/2020 che viene condivisa e fatta propria -ha disatteso analogo ricorso della (omissis…) S.R.L., avendo rilevato che l'omesso pagamento delle obbligazioni da parte dei clienti dell'ente ricorrente non risultano caratterizzati dall'imprevedibilità, né dall'irresistibilità degli eventi che avrebbero impedito il pagamento dei tributi; né la ricorrente ha dedotto quali idonee precauzioni avrebbe adottato per evitare la situazione venutasi a creare.

Quanto agli interessi, essi sono sempre dovuti ai sensi dell'art. 20 D.P.R. n. 633/72 in conseguenza del ritardo del pagamento".

Inoltre, aveva soggiunto che "A tale decisivo rilievo va aggiunto che l'esenzione dal versamento degli interessi connessi al ritardato od omesso versamento dell'I.V.A. costituirebbe, di fatto, un aiuto di Stato, in pregiudizio del funzionamento del sistema comune dell'imposta sul valore aggiunto, incidendo sulla corretta riscossione di quanto dovuto."

La società (omissis…)S.R.L. ha proposto appello avverso la sentenza di primo grado.

In primo luogo, ha eccepito la nullità della pronuncia per motivazione inesistente, anche in considerazione dei numerosi precedenti giudiziali favorevoli alla società.

In secondo luogo, ha eccepito la inconsistenza della motivazione della pronuncia che si è limitata a richiamare altra sentenza di altra Sezione.

Nel merito, ha ribadito che il mancato assolvimento degli obblighi tributari da parte della (omissis…) S.R.L. è dipeso da cause ad essa non imputabili.

Infatti, "le omissioni tributarie in cui è incorsa la (omissis…) S.r.l, sono in toto riconducibili alla condizione di illiquidità in cui la stessa è venuta a trovarsi a causa dell'insolvenza dei debitori più rappresentativi della società, tra i quali si annoverano la Soc. (omissis…) S.P.A. e la Soc. (omissis…) S.P.A., le cui vicissitudini finanziarie sono note a tutti"

Pertanto, ha evidenziato come "tale (paradossale) situazione sia riconducibile nell'alveo delle cause di "forza maggiore", previste dall'art. 6, comma 5, del D.Lgs. n. 472/1997, a norma del quale "Non è punibile chi ha commesso il fatto per forza maggiore"".

Infine, ha riproposto i motivi di ricorso relativi ai prospettati vizi della cartella di pagamento:

o nullità per mancanza di conformità all'originale della copia notificata a mezzo posta elettronica certificata o nullità per in esistenza della so Coscrizione o nullità per difetto assoluto di motivazione o infondatezza della pretesa agli interessi e delle sanzioni o violazione del diritto di difesa

L'Ufficio si è costituito in giudizio, replicando alle avverse deduzioni.

Successivamente, la società (omissis…) S.R.L. ha depositato una memoria difensiva, con la quale ha ribadito le predette eccezioni.


1. La prima questione all'esame del Collegio concerne il tema della configurazione della "forza maggiore" quale causa di inadempimento dell'obbligazione tributaria.

Tale questione era stata decisa in senso negativo dal giudice di prime cure, sebbene con mero richiamo ad una pronuncia di altra Sezione della Commissione provinciale.

In sede di appello, è stata contestata tale modalità di formazione della motivazione della sentenza e, comunque, è stata ribadito che "le omissioni tributarie in cui è incorsa la (omissis…) S.r.L, sono in toto riconducibili alla condizione di illiquidità in cui la stessa è venuta a trovarsi a causa dell'insolvenza dei debitori più rappresentativi della società, tra i quali si annoverano la Soc. (omissis…) S.P.A. e la Soc. (omissis…) S.P.A. ".

Secondo l'appellante è evidente come "tale (paradossale) situazione sia riconducibile nell'alveo delle cause di "forza maggiore", previste dall'art.

6, comma 5, del D.Lgs. n. 472/1997, a norma del quale "Non è punibile chi ha commesso il fatto per forza maggiore""

1.1. L'eccezione è infondata e deve essere respinta.

Preliminarmente, occorre ricordare che il debito verso il fisco relativo ai versamenti dell'I.V.A. è collegato al compimento delle operazioni imponibili, poiché ogni qualvolta il soggetto d'imposta effettua tali operazioni riscuote già dall'acquirente del bene o del servizio PI.V.A. dovuta e deve, quindi, tenerla accantonata per l'erario, organizzando le risorse disponibili in modo da poter adempiere all'obbligazione tributaria.

Sulla portata dell'obbligo del contribuente di organizzare la propria attività in modo da provvedere ai dovuti versamenti dell'I.V.A., si è espressa la giurisprudenza di legittimità, affermando che "l'introduzione della norma penale di cui all'art. 10-ter del D.Lgs. 10 marzo 2000, n. 74, stabilendo nuove condizioni e un nuovo termine per la propria applicazione, estende evidentemente la detta esigenza di organizzazione su scala annuale, di talché per escludere la colpevolezza non può essere invocata la crisi di liquidità del soggetto attivo al momento della scadenza del termine lungo, ove non si dimostri che la stessa non dipenda dalla scelta di non far debitamente fronte all'esigenza predetta" (Cass. pen. Sez. Unite, 28 marzo 2013, n. 37424).

In ogni caso, la "crisi di liquidità" d'impresa non può costituire, di per sé, un fattore in grado di escludere la colpevolezza; infatti, non è sufficiente dimostrare la non imputabilità al contribuente della crisi economica che improvvisamente avrebbe investito l'azienda, ma anche la circostanza che detta crisi non potesse essere adeguatamente fronteggiata tramite il ricorso ad idonee misure da valutarsi in concreto.

In tal senso, secondo la ricostruzione della giurisprudenza, "occorre la prova che non sia stato altrimenti possibile per il contribuente reperire le risorse economiche e finanziarie necessarie a consentirgli il corretto e puntuale adempimento delle obbligazioni tributarie, pur avendo posto in essere tutte le possibili azioni, anche sfavorevoli per il suo patrimonio personale, dirette a consentirgli di recuperare, in presenza di un'improvvisa crisi di liquidità, quelle somme necessarie ad assolvere il debito erariale, senza esservi riuscito per cause indipendenti dalla sua volontà e ad egli non imputabili". (Cass. Sez. 3, 9 ottobre 2013, n. 5905/2014; Sez. 3, n. 15416 del 08/01/2014; Sez. 3, n. 5467 del 05/12/2013).

Nel caso di specie le allegazioni difensive sono del tutto generiche e non riescono a supportare la prospettazione della sussistenza della forza maggiore, derivante dalla crisi di liquidità, che aveva posto la società nella impossibilità di versare l'I.V.A.

Infatti, la nozione di forza maggiore, in materia tributaria e fiscale, comporta la sussistenza di un elemento oggettivo, relativo alle circostanze anormali ed estranee all'operatore, e di un elemento soggettivo, costituito dall'obbligo dell'interessato di premunirsi contro le conseguenze dell'evento anormale, adottando misure appropriate senza incorrere in sacrifici eccessivi. (Cass. civ. Sez. V Ord., 22 settembre 2017, n. 22153).

In proposito, è stato affermato che "non ricorre in via automatica l'esimente in esame nei caso di mancato pagamento dovuto alla temporanea mancanza di liquidità". (Cass. civ. Sez. V Ord., 22 settembre 2017, n. 22153).

2. La seconda questione concerne il tema della legittimità della cartella di pagamento, rispetto alla quale, nel ricorso introduttivo erano state formulate alcune obiezioni.

In primo luogo, l'eccezione relativa alla nullità della cartella per mancata sottoscrizione è infondata.

Secondo la giurisprudenza, infatti, "l'omessa sottoscrizione della cartella di pagamento da parte del funzionario competente non comporta l'invalidità dell'atto, la cui esistenza non dipende tanto dall'apposizione del sigillo o del timbro o di una sottoscrizione leggibile, quanto dal fatto che tale elemento sia inequivocabilmente riferibile all'organo amministrativo titolare del potere di emetterlo, tanto più che, a norma dell'art. 25 del D.P.R. 29 settembre 1973, n. 602, la cartella, quale documento per la riscossione degli importi contenuti nei ruoli, deve essere predisposta secondo il modello approvato con decreto del Ministero competente, che non prevede la sottoscrizione dell'esattore, ma solo la sua intestazione e l'indicazione della causale, tramite apposito numero di codice". (Cass. civ. Sez. V Ord., 29 marzo 2021, n. 8688).

Altrettanto infondata è l'eccezione relativa alla nullità della notifica mediante PEC, in assenza dell'attestazione di conformità.

In realtà, tale attestazione non è richiesta da alcuna norma.

In ogni caso, occorre ricordare che anche nell'ipotesi di irritualità della notifica a mezzo PEC opera la sanatoria per raggiungimento dello scopo.

Infatti, secondo la giurisprudenza di legittimità, "la natura sostanziale e non processuale della cartella di pagamento non osta all'applicazione di istituti appartenenti al diritto processuale, soprattutto quando vi sia un espresso richiamo di questi nella disciplina tributaria, sicché il rinvio operato dall'art. 26, comma 5, del D.P.R. n. 602 del 1973 all'art. 60 del D.P.R. n. 600 del 1973 (in materia di notificazione dell'avviso di accertamento), il quale, a sua volta, rinvia alle norme sulle notificazioni nel processo civile, comporta, in caso di irritualità della notificazione della cartella di pagamento, in ragione dell'avvenuta trasmissione di un file con estensione "pdf anziché ",p7m", l'applicazione dell'istituto della sanatoria del vizio dell'atto per raggiungimento dello scopo ai sensi dell'art. 156 c.p.c. (Cass. civ. Sez. VI - 5 Ord., 5 marzo 2019, n. 6417).

Infine, secondo la Suprema Corte "le firme digitali di tipo "CAdES" e di tipo "PAdES" sono entrambe ammesse e equivalenti". (Cass. civ. Sez. Unite, 27 aprile 2018, n. 10266).

L'eccezione di carenza di motivazione della cartella è altrettanto infondata.

Al riguardo, occorre ricordare che ai sensi dell'art. 25 del D.P.R. n. 602 del 1973, per la validità del ruolo e della cartella esattoriale, non è indispensabile l'indicazione degli estremi identificativi o della data di notifica dell'accertamento precedentemente emesso, al quale detti atti facciano riferimento, essendo sufficiente l'indicazione di circostanze univoche che consentano l'individuazione di quell'atto, al fine di tutelare il diritto di difesa del contribuente rispetto alla verifica della procedura di riscossione promossa nei suoi confronti. (Cass. civ. Sez. VI - 5 Ord., 11 ottobre 2018, n. 25343).

Per quanto sopra, sono dovuti le sanzioni e gli interessi, il cui calcolo discende da disposizioni di legge che non debbono trovare necessario riscontro nella cartella di pagamento.

Peraltro, l'appellante non prospetta alcun errore di calcolo nell'applicazione delle sanzioni e degli interessi.

3. All'esito della precedente ricostruzione della fattispecie, l'appello deve essere respinto.

Le spese seguono la soccombenza.

PQM
La Commissione

respinge l'appello della società e la condanna al pagamento delle spese che liquida in euro 10.000,00 complessivi in favore della costituita Agenzia Entrate.

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