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Bancarotta fraudolenta

Punto della cassazione sul reato di bancarotta e sulla figura dell'amministratore di fatto

Cassazione penale sez. V, 04/04/2024, (ud. 04/04/2024, dep. 23/04/2024), n.17039

La nozione di amministratore di fatto, introdotta dall'art. 2639 cod. civ., postula l'esercizio in modo continuativo e significativo dei poteri tipici inerenti alla qualifica od alla funzione, talché la posizione dell'amministratore di fatto, destinatario delle norme incriminatrici della bancarotta fraudolenta, si traduce, nell'ambito processuale, nell'accertamento di elementi sintomatici di gestione o cogestione della società, risultanti dall'organico inserimento del soggetto, quale intraneus che svolge funzioni gerarchiche e direttive, in qualsiasi momento dell'iter di organizzazione, produzione e commercializzazione dei beni e servizi - rapporti di lavoro con dipendenti, rapporti materiali e negoziali con i finanziatori, fornitori e clienti - in qualsiasi branca aziendale, produttiva, amministrativa, contrattuale, disciplinare.
L'accertamento degli elementi sintomatici di tale gestione o cogestione societaria costituisce oggetto di apprezzamento di fatto che è insindacabile in sede di legittimità, se sostenuto da motivazione congrua e logica.
In sostanza, può essere accertata l'amministrazione di fatto della società in presenza di elementi sintomatici dell'inserimento organico del soggetto con funzioni direttive in qualsiasi fase della sequenza organizzativa, produttiva o commerciale dell'attività della società, quali i rapporti con i dipendenti, i fornitori o i clienti, ovvero in qualunque settore gestionale di detta attività, sia esso aziendale, produttivo, amministrativo, contrattuale o disciplinare: in dette ipotesi il relativo accertamento costituisce oggetto di una valutazione di fatto insindacabile in sede di legittimità, ove sostenuta da congrua e logica motivazione.

Per approfondire l'argomento, leggi il nostro articolo sul reato di bancarotta.

La sentenza integrale

RITENUTO IN FATTO
1. Con la sentenza indicata in epigrafe, la Corte di Appello di Firenze confermava la pronuncia di condanna di primo grado del ricorrente per il delitto di bancarotta fraudolenta documentale in quanto, prima nella veste di amministratore di fatto e poi di amministratore di diritto della società fallita, teneva i libri e le altre scritture contabili in modo da non rendere possibile la ricostruzione del patrimonio o del movimento degli affari.

2. Avverso la richiamata sentenza l'imputato ha proposto ricorso per cassazione, mediante il difensore di fiducia, articolando due motivi di impugnazione, di seguito ripercorsi nei limiti previsti dall'art. 173 disp. att. cod. proc. pen.

2.1. Con il primo motivo il ricorrente denuncia assenza e manifesta illogicità della motivazione risultante in maniera palese dal testo del provvedimento impugnato nonché omesso esame e valutazione delle censure formulate con l'atto di appello.

A fondamento della censura, l'imputato espone, per un verso, che la motivazione non esamina le doglianze difensive circa l'insussistenza del dolo per l'integrazione del delitto di bancarotta fraudolenta documentale e la correlata richiesta di riqualificazione del delitto in quello di bancarotta semplice.

Per altro verso, il ricorrente sottolinea che la sentenza impugnata si sarebbe limitata ad affermare, anche con toni impropriamente sarcastici, l'inverosimiglianza della ricostruzione difensiva, senza considerare i plurimi elementi addotti che avrebbero dovuto far ritenere insussistente l'elemento soggettivo del reato, ossia: egli aveva assunto nuovamente la carica di amministratore appena due mesi prima del fallimento, quando l'attività era già praticamente cessata; gli altri due imputati, Ba. e Da., avevano svolto un ruolo effettivo nella società, mentre egli non aveva rivestito sempre una posizione preminente e concretantesi nella gestione della società; il cattivo operato del commercialista, rilevato dallo stesso curatore, che aveva escluso dal passivo qualsiasi pretesa creditoria dallo stesso avanzata; l'assidua collaborazione con il curatore solo da parte di esso ricorrente che aveva segnalato l'inattendibilità delle scritture contabili avvalorando le proprie affermazioni con una perizia commissionata ad altro professionista.

In particolare, il ricorrente contesta la conclusione per la quale nel corso dell'istruttoria, come assunto dalla Corte territoriale, sarebbe stato accertato il suo ruolo di amministratore di fatto della società dopo che aveva dismesso la carica formale. A riguardo assume che aveva continuato a lavorare nella società solo per predisporre la documentazione necessaria alla compravendita delle auto, dacché dovevano essere intese in tale direzione le dichiarazioni della teste Mo. circa il fatto che aveva continuato a lavorare in azienda, non certo che continuava a gestire la società.

Né, peraltro, il teste Da. avrebbe mai dichiarato che la società era stata gestita solo da esso ricorrente anche quando egli era divenuto amministratore formale, avendo anzi evidenziato che era il Ba. a svolgere tutta l'attività e che egli aveva visto pochissimo il ricorrente e non ne conosceva l'ufficio.

2.2. Mediante il secondo motivo di ricorso, l'imputato deduce violazione degli artt. 223, comma 1, e 216, comma 1, n. 2, L.Fall. e correlato vizio di motivazione in ordine alla ritenuta sussistenza dell'elemento soggettivo del delitto di bancarotta fraudolenta documentale.

A fondamento di tale doglianza, evidenzia che, quando aveva riassunto la carica di amministratore formale della società, essendone dal 15 dicembre 2008 ormai socio al 100%, per cercare di tutelare il proprio patrimonio a fronte di una situazione che si era compromessa nel periodo nel quale la gestione della società era stata affidata ad altri soggetti aveva finanche affidato ad un professionista l'incarico di predisporre una perizia contabile perché verificasse eventuali erronee o incomplete registrazioni nella contabilità, così prestando una fattiva collaborazione al Curatore idonea ad escludere la sua volontà di impedire la ricostruzione del patrimonio e del movimento degli affari della società.

CONSIDERATO IN DIRITTO
1. Il primo motivo di ricorso è fondato, con valenza assorbente rispetto all'altro.

Occorre premettere che la nozione di amministratore di fatto, introdotta dall'art. 2639 cod. civ., postula l'esercizio in modo continuativo e significativo dei poteri tipici inerenti alla qualifica od alla funzione, talché la posizione dell'amministratore di fatto, destinatario delle norme incriminatrici della bancarotta fraudolenta, si traduce, nell'ambito processuale, nell'accertamento di elementi sintomatici di gestione o cogestione della società, risultanti dall'organico inserimento del soggetto, quale intraneus che svolge funzioni gerarchiche e direttive, in qualsiasi momento dell'iter di organizzazione, produzione e commercializzazione dei beni e servizi - rapporti di lavoro con dipendenti, rapporti materiali e negoziali con i finanziatori, fornitori e clienti - in qualsiasi branca aziendale, produttiva, amministrativa, contrattuale, disciplinare.
L'accertamento degli elementi sintomatici di tale gestione o cogestione societaria costituisce oggetto di apprezzamento di fatto che è insindacabile in sede di legittimità, se sostenuto da motivazione congrua e logica (cfr. Sez. 5, 14 aprile 2003, n. 22413, Rv. 224948; Sez. 1, 12 maggio 2006, n. 18464, Rv. 234254).
In sostanza, può essere accertata l'amministrazione di fatto della società in presenza di elementi sintomatici dell'inserimento organico del soggetto con funzioni direttive in qualsiasi fase della sequenza organizzativa, produttiva o commerciale dell'attività della società, quali i rapporti con i dipendenti, i fornitori o i clienti, ovvero in qualunque settore gestionale di detta attività, sia esso aziendale, produttivo, amministrativo, contrattuale o disciplinare: in dette ipotesi il relativo accertamento costituisce oggetto di una valutazione di fatto insindacabile in questa sede, ove sostenuta da congrua e logica motivazione (cfr. Sez. 5, 27 giugno 2019, n. 45134, Rv. 277540).
Nella fattispecie in esame, considerato che lo stesso ricorrente ha ammesso di aver continuato a lavorare nella gestione delle pratiche amministrative della società fallita dopo la dismissione della carica formale, non può ritenersi sufficiente ai fini della prova della gestione di fatto della società da parte dello stesso la testimonianza della dipendente Mo., valorizzata in maniera pressocché decisiva da entrambe le pronunce di merito, nel senso che ella riceveva direttive dall'imputato per lo svolgimento della sua attività lavorativa.
Quella descritta è infatti una condotta che assume valenza "neutra" se non corroborata da altri indici, ossia da concreti atti di gestione dell'impresa, perché potrebbe essere ben posta in essere anche da un dipendente con mansioni direttive o comunque superiori rispetto a quello che riceve le indicazioni per lo svolgimento del suo lavoro.

3. La sentenza impugnata deve dunque essere annullata con rinvio per nuovo esame ad altra sezione della Corte d'appello di Firenze.

P.Q.M.
Annulla la sentenza impugnata con rinvio per nuovo esame ad altra sezione della Corte d'appello di Firenze.

Così deciso in Roma il 4 aprile 2024.

Depositato in Cancelleria il 23 aprile 2024

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