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Bancarotta fraudolenta

Indicatori di Capacità Gestionale nella Bancarotta Fraudolenta

Cassazione penale sez. V, 07/12/2023, n.12715

In tema di bancarotta fraudolenta, ai fini dell'attribuzione della qualifica di amministratore di fatto, può essere valorizzato l'esercizio, in modo continuativo e significativo, e non meramente episodico od occasionale, di tutti i poteri tipici inerenti alla qualifica o alla funzione o anche soltanto di alcuni di essi, secondo una valutazione degli "indicatori di capacità gestionale" dei quali spetta al giudice di merito valutare la pregnanza in concreto.

Per approfondire l'argomento, leggi il nostro articolo sul reato di bancarotta.

La sentenza integrale

RITENUTO IN FATTO
1. Con la sentenza impugnata, la Corte d'Appello di Firenze, in parziale riforma della decisione di primo grado emessa dal GUP del Tribunale di Pistoia il 17.7.2019, ha dichiarato la prescrizione del reato di cui al capo c) - sottrazione fraudolenta al pagamento di imposte - nei confronti di Ma.Gi. e, esclusa l'aggravante del danno di rilevante gravità contestata in relazione alle altre due imputazioni residue di cui ai capi a) e b), per i delitti di bancarotta fraudolenta documentale e patrimoniale, ha rideterminato la pena nei suoi confronti in anni due e mesi otto di reclusione, riconosciute le circostanze attenuanti generiche equivalenti all'aggravante della pluralità dei fatti di bancarotta; è stata rideterminata anche la durata delle pene accessorie previste dall'ultimo comma dell'art. 216 l. fall., nella stessa misura della pena principale, ed è stata revocata la confisca disposta sui beni dell'imputato.

L'imputato è stato ritenuto responsabile dei reati citati nella sua qualità di amministratore di fatto dell'impresa DST Srl, dichiarata fallita in data 8.6.2015.

2. Avverso la sentenza d'appello ha proposto ricorso Ma.Gi., tramite il difensore di fiducia, deducendo due motivi distinti.

2.1. Con la prima ragione di censura si eccepisce violazione di legge e vizio di motivazione quanto alla affermazione di responsabilità del ricorrente come amministratore di fatto della fallita: i giudici di merito avrebbero equivocato il ruolo aziendale del ricorrente di account manager ricollegandolo ad una qualifica gestoria di direttore amministrativo (equiparandolo al coimputato Da. anche nella sanzione), mentre invece la sua figura rimaneva pur sempre quella di un dipendente, addetto a curare i rapporti con i clienti ed a far crescere il fatturato, ma privo di capacità decisionale rispetto alle strategie dell'impresa.

A riprova della estraneità gestionale del ricorrente, il ricorso elenca dettagliatamente le dichiarazioni di alcuni testi della difesa - sottovalutati o svalutati nella decisione d'appello - nonché alcuni dati di mail che ne provano l'estraneità alla gestione aziendale. Inoltre, si ripercorrono le dichiarazioni: a) dei testimoni Be., Ta. e Ma., essenziali nella ricostruzione della responsabilità dell'imputato, evidenziandone le contraddizioni e la non veridicità, soprattutto con riguardo alla restituzione nelle mani del ricorrente delle chiavi dei locali aziendali ove erano custoditi i beni sottratti e in riferimento alla dimensione gestoria dell'incarico del ricorrente: si tratta, secondo la difesa, di testimoni interessati ad evitare coinvolgimenti nel reato; b) della teste Ro., mettendone in luce la non credibilità, e dal teste Fr., le cui dichiarazioni sono ritenute irrilevanti ai fini della prova a carico dell'imputato, contrariamente a quanto affermato dalla sentenza impugnata.

2.2. Il secondo motivo di ricorso eccepisce violazione di legge e vizio di motivazione in relazione all'affermazione di responsabilità per il reato di bancarotta fraudolenta documentale, in relazione al quale mancherebbe del tutto risposta ai motivi d'appello da parte della sentenza impugnata, che si è limitata a trattare tutte le ragioni di critica nel prisma della dedotta non configurabilità del ruolo di amministratore di fatto in capo all'imputato.

3. E' stata ammessa trattazione orale del ricorso su istanza della difesa del ricorrente.

CONSIDERATO IN DIRITTO
1. Il ricorso è complessivamente infondato.

2. Entrambi i motivi eccepiti ruotano intorno alla qualifica di amministratore di fatto del ricorrente.

2.1. Il primo motivo è formulato secondo uno schema di censure sottratto al sindacato di legittimità, che, come noto, è limitato a verificare la complessiva tenuta logica della motivazione del provvedimento impugnato.

Non è consentita, infatti, la mera prospettazione di una diversa ricostruzione dei fatti, ritenuta dal ricorrente più plausibile in un'ottica di difesa delle sue ragioni, senza che, tuttavia, siano rilevabili vizi di manifesta illogicità della motivazione del provvedimento impugnato, i quali - soli - consentirebbero al Collegio di aprire il proprio giudizio su aspetti ricostruttivi della vicenda e sulla valenza delle prove utilizzate (Sez. 6, n. 5465 del 4/11/2020, dep. 2021, F., Rv. 280601; Sez. 6, n. 47204 del 7/10/2015, Musso, Rv. 265482).

Il compito del giudice di legittimità è, infatti, quello di verificare la razionalità argomentativa dei passaggi espressivi in cui si articola la decisione e non una impropria rivalutazione "diretta" di singoli elementi istruttori o l'apprezzamento "diretto" di prospettazioni difensive su ipotesi alternative rimaste, secondo il ricorrente, inesplorate (Sez. 1, n. 37070 del 4/4/2023, Magno).

I motivi sono anche reiterativi delle ragioni di appello, già superate in modo convincente e senza iati logici dalla sentenza impugnata.

In sintesi, il ricorso si configura come un elenco di prove, soprattutto testimoniali, delle quali si offre una lettura edulcorata, in chiave difensiva.

Ed invece, la motivazione della sentenza d'appello, conformemente a quanto accertato in primo grado, ritiene che esistano elementi seri che provano la capacità gestionale della fallita da parte del ricorrente, non limitata a mansioni settoriali e subordinate, come invece prospetta la difesa, ma compiuta con attività gestionale autonoma senza posizione di subordinazione ad alcuno, anzi, secondo le testimonianze delle quali dà atto la motivazione della sentenza d'appello, si trattava di decisioni gestorie a volte in contrasto con quelle dell'amministratore di diritto, Va.Sc. (cfr. pag. 6, ove si ripercorrono le dichiarazioni principali del teste Mi.Be.). Inoltre, il ricorrente dava direttive ai dipendenti della fallita e prendeva decisioni che sono proprie dell'amministratore e non dell'account manager, ad esempio indicando le mansioni e i compiti che, di volta in volta, i dipendenti dovevano svolgere (il teste Be. riferisce della sua diretta esperienza, evidenziando anche che fu proprio il ricorrente a rassicurare i lavoratori dell'azienda circa i pagamenti degli stipendi quando la società entrò in crisi e, all'atto della chiusura aziendale, fu proprio lui ad essere destinatario delle chiavi della sede e della scheda SIM aziendale del teste Be.).

La ricostruzione della Corte territoriale si orienta nel senso della giurisprudenza dominante anche nell'individuare i parametri tipici per costruire la figura dell'amministratore di fatto, che sarà tale se avrà esercitato non "tutti" i poteri propri dell'organo di gestione, ma anche soltanto alcuni poteri sintomatici della capacità gestoria, definibili come significativi e continuativi.

Il Collegio richiama, invero, il condivisibile principio secondo cui la nozione di amministratore di fatto, introdotta dall'art. 2639 cod. civ., postula l'esercizio in modo continuativo e significativo dei poteri tipici inerenti alla qualifica od alla funzione; nondimeno, significatività e continuità non comportano necessariamente l'esercizio di tutti i poteri propri dell'organo di gestione, ma richiedono l'esercizio di un'apprezzabile attività gestoria, svolta in modo non episodico o occasionale (Sez. 5, n. 35346 del 20/6/2013, Tarantino, Rv. 256534; successivamente, sia pur con vari accenti interpretativi dovuti alle differenze di fattispecie, hanno ribadito il principio, tra le pronunce massimate: Sez. 3, n. 22108 del 19/12/2014, dep. 2015, Rv. 264009; Sez. 5, n. 45134 del 27/6/2019, Bonelli, Rv. 277540; Sez. 2, n. 26556 del 24/5/2022, Desiata, Rv. 283850).

La prova della posizione di amministratore di fatto si traduce, quindi, nell'accertamento di "indicatori di capacità gestionale", vale a dire elementi sintomatici dell'inserimento organico del soggetto con funzioni direttive in qualsiasi fase della sequenza organizzativa, produttiva o commerciale dell'attività della società (rapporti con i dipendenti, i fornitori o i clienti), ovvero in qualunque settore gestionale di detta attività, sia esso aziendale, produttivo, amministrativo, contrattuale o disciplinare, e tale accertamento costituisce oggetto di una valutazione di fatto insindacabile in sede di legittimità, ove sostenuta da congrua e logica motivazione (così si esprime ancora la giurisprudenza citata); soprattutto, spetta al giudice di merito valutare la pregnanza, ai fini dell'attribuzione della qualifica o della funzione, dei singoli poteri in concreto esercitati (cfr. la citata pronuncia n. 26556 del 2022).

In conclusione, in tema di bancarotta fraudolenta, ai fini dell'attribuzione della qualifica di amministratore di fatto, può essere valorizzato l'esercizio, in modo continuativo e significativo, e non meramente episodico od occasionale, di tutti i poteri tipici inerenti alla qualifica o alla funzione o anche soltanto di alcuni di essi, secondo una valutazione degli "indicatori di capacità gestionale" dei quali spetta al giudice di merito valutare la pregnanza in concreto.

Nella specie, entrambe le pronunce di merito - in doppia valutazione conforme, quindi -hanno convincentemente valorizzato la continuità dei poteri di indirizzo gestionale in capo al ricorrente, desunti da numerosi indicatori, riportati concordemente dai testi-dipendenti della fallita e già richiamati nei limiti di interesse in questa sede. La sentenza, peraltro, ha superato tutte le obiezioni difensive, proposte con l'atto di appello in modo sovrapponibile al ricorso, relative alla attendibilità del racconto dei testi, in particolare del teste Be., definito quale soggetto completamente disinteressato a raccontare il falso riguardo a chi avesse realmente i poteri gestori o cogestori (si è descritto, infatti, parallelamente, anche il ruolo di Da., altro amministratore, e la situazione manageriale creatasi all'indomani dell'ingresso del personale direttivo della Ali Computer nella società fallita, in seguito all'acquisto delle quote di capitale della fallita da parte di quest'ultima. Tale operazione, peraltro, è ritenuta alla base del fallimento, poiché la Ali Computer, principale cliente e debitore della fallita, con l'ingresso nella società non aveva mai pagato il proprio debito).

2.2. Il secondo motivo di ricorso è infondato.

La risposta della Corte d'appello rispetto alle obiezioni relative all'affermazione di responsabilità per il reato di bancarotta fraudolenta documentale non è carente, bensì parametrata correttamente alla critica proposta, che - come si è anticipato - anche per tale reato ruota intorno all'assenza della condizione di amministratore di fatto della fallita in capo al ricorrente.

I motivi d'appello, infatti, per entrambe le ipotesi di bancarotta contestate al ricorrente, erano riferiti all'insussistenza del ruolo gestorio e facevano perno su tale affermazione per escludere i reati.

La sentenza impugnata, dal canto suo, ha chiarito che avrebbe risposto alle censure relative ai "capi di imputazione" riferiti al reato di bancarotta fraudolenta: dunque, anche esplicitamente, il richiamo alla pluralità di imputazioni depone nel senso che la sentenza impugnata ha inteso trattare dei motivi d'appello in modo unitario, visto che si trattava di ragioni collegate tutte, soltanto, a criticare la qualità di amministratore di fatto del ricorrente.

3. Al rigetto del ricorso segue la condanna del ricorrente al pagamento delle spese processuali.

P.Q.M.
Rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali.

Così deciso il 7 dicembre 2023.

Depositata in Cancelleria il 27 marzo 2024.

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