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Cassazione Penale

Cassazione penale sez. V, 11/07/2016, n.41431

La massima

Il carattere del delitto di atti persecutori, quale reato abituale improprio, a reiterazione necessaria delle condotte, rileva anche ai fini della procedibilità, con la conseguenza che, nell'ipotesi in cui il presupposto della reiterazione venga integrato da condotte poste in essere anche dopo la proposizione della querela, la condizione di procedibilità si estende anche a queste ultime, poichè, unitariamente considerate con le precedenti, integrano l'elemento oggettivo del reato.

La sentenza integrale

RITENUTO IN FATTO
1. Con sentenza in data 23 novembre 2011, parzialmente riformata dalla Corte territoriale con il riconoscimento delle attenuanti generiche e l'esclusione della recidiva, il Tribunale di Milano condannava alla pena di giustizia R.A.G. per il reato di atti persecutori in danno della ex fidanzata C.L..

2. Ha proposto ricorso per cassazione il difensore dell'imputato, avv. Eliana Capizzi, con atto affidato a cinque motivi.

2.1. Col primo motivo si denuncia violazione dell'art. 606 c.p.p., lett. b) ed e), in relazione alla sussistenza della condizione di procedibilità: essendo intervenuta querela in data 23/4/2009 e facendo riferimento la contestazione al periodo che va dal (OMISSIS), per tutti i fatti successivi al (OMISSIS) mancherebbe la condizione di procedibilità.

2.2. Col secondo motivo si denuncia violazione dell'art. 606 c.p.p., lett. b) ed e), in riferimento all'art. 507 c.p.p., per aver acquisito, pur con l'opposizione della difesa, un CD contenente i tabulati delle telefonate dell'imputato con un'ordinanza priva di motivazione, poichè la prova è giudicata rilevante e necessaria, ma non se ne spiegano le ragioni.

2.3. Col terzo motivo si denuncia violazione dell'art. 606 c.p.p., lett. e), in riferimento all'evento del reato, rappresentato dal perdurante e grave stato di ansia o di paura, poichè dalla deposizione della teste C., ignorata dalla decisione impugnata, emerge che la vittima continuò a frequentare i luoghi in cui poteva incontrare l'imputato, il che è evidentemente incompatibile con un timore nei suoi confronti; inoltre la ragazza mandò al R. messaggi provocatori a sfondo sessuale.

2.4. Col quarto motivo si denuncia violazione di legge e vizio di motivazione in relazione al trattamento sanzionatorio, poichè limitando la condotta al solo periodo rispetto al quale si poteva procedere, in considerazione della data della querela, la pena non poteva essere determinata in misura superiore al minimo edittale.

2.4. Col quinto motivo si denuncia violazione di legge e vizio di motivazione in relazione al diniego della sospensione condizionale della pena, poichè la stessa Corte ha escluso una particolare pericolosità della personalità dell'imputato, riconoscendo che i fatti si sono svolti in un arco temporale non lungo, che sono definitivamente cessati; inoltre la prima condanna a quattro mesi di reclusione, già sospesa, è piuttosto risalente nel tempo.

CONSIDERATO IN DIRITTO
1. Il ricorso va rigettato per le ragioni di seguito esposte.

1.1 E' necessario premettere, con riguardo ai limiti del sindacato di legittimità sulla motivazione dei provvedimenti oggetto di ricorso per cassazione, delineati dall'art. 606 c.p.p., comma 1, lett. e), come vigente a seguito delle modifiche introdotte dalla L. n. 46 del 2006, che questo non concerne nè la ricostruzione dei fatti, nè l'apprezzamento del giudice di merito, ma è circoscritto alla verifica che il testo dell'atto impugnato risponda a due requisiti che lo rendono insindacabile: 1) l'esposizione delle ragioni giuridicamente significative che lo hanno determinato; 2) l'assenza di illogicità evidenti, ossia la congruenza delle argomentazioni rispetto al fine giustificativo del provvedimento.

1.2 Sul punto va ancora precisato che l'illogicità della motivazione censurabile può essere solo quella "evidente", cioè di spessore tale da risultare percepibile ictu oculi, in quanto l'indagine di legittimità sul discorso giustificativo della decisione ha un orizzonte circoscritto. Infatti il sindacato demandato alla Corte di Cassazione si limita al riscontro dell'esistenza di un logico apparato argomentativo, senza possibilità di verifica della rispondenza della motivazione alle acquisizioni processuali. Deve inoltre aggiungersi che il vizio della "manifesta illogicità" della motivazione deve risultare dal testo del provvedimento impugnato, nel senso che il relativo apprezzamento va effettuato considerando che la sentenza deve essere logica "rispetto a sè stessa", cioè rispetto agli atti processuali citati nella stessa ed alla conseguente valutazione effettuata dal giudice di merito, che si presta a censura soltanto se manifestamente contrastante e incompatibile con i principi della logica.

1.3 Sintetizzando sul punto, si è detto che il sindacato del giudice di legittimità sul discorso giustificativo del provvedimento impugnato deve mirare a verificare che la motivazione della pronuncia: a) sia "effettiva" e non meramente apparente, cioè realmente idonea a rappresentare le ragioni che il giudicante ha posto a base della decisione adottata; b) non sia "manifestamente illogica", in quanto risulti sorretta, nei suoi punti essenziali, da argomentazioni non viziate da evidenti errori nell'applicazione delle regole della logica; c) non sia internamente "contraddittoria", ovvero sia esente da insormontabili incongruenze tra le sue diverse parti o da inconciliabilità logiche tra le affermazioni in essa contenute; d) non risulti logicamente "incompatibile" con "altri atti del processo" (indicati in termini specifici ed esaustivi dal ricorrente nei motivi del suo ricorso per cassazione) in termini tali da risultarne vanificata o radicalmente inficiata sotto il profilo logico.

1.4 Alla Corte di Cassazione non è quindi consentito di procedere ad una rinnovata valutazione dei fatti magari finalizzata, nella prospettiva del ricorrente, ad una ricostruzione dei medesimi in termini diversi da quelli fatti propri dal giudice del merito (Sez. 6, n. 27429 del 04/07/2006, Lobriglio, Rv. 234559; Sez. 6, n. 25255 del 14/02/2012, Minervini, Rv. 253099) e non possono dar luogo all'annullamento della sentenza le minime incongruenze argomentative o l'omessa esposizione di elementi di valutazione, che il ricorrente ritenga tali da determinare una diversa decisione (ma che non siano inequivocabilmente muniti di un chiaro carattere di decisività), posto che non costituisce vizio della motivazione qualunque omissione valutativa che riguardi singoli dati estrapolati dal contesto.

Al contrario, è solo l'esame del complesso probatorio entro il quale ogni elemento sia contestualizzato che consente di verificare la consistenza e la decisività degli elementi medesimi, oppure la loro ininfluenza ai fini della compattezza logica dell'impianto argomentativo della motivazione (Sez. 2, n. 9242 del 08/02/2013, Reggio, Rv. 254988; Sez. 2, n. 18163 dei 22/04/2008, Ferdico, Rv. 239789).

1.5 Vanno, pertanto, dichiarate inammissibili, perchè non consentite, le doglianze del ricorrente formulate con il terzo motivo, poichè richiedono una rivalutazione di prove non consentite in questa sede.

2. Quanto agli altri motivi, il primo è infondato.

2.1 Infatti, sul piano della condotta, in considerazione del carattere necessitato di una sua reiterazione nel tempo ai fini della configurazione del reato, il delitto di atti persecutori deve essere ricondotto nell'ambito dei reati abituali cd. impropri, atteso che la fattispecie in esame si caratterizza per la presenza di una serie di condotte singolarmente idonee ad integrare fattispecie di reato perseguibili in via autonoma. Diversamente dal reato permanente, nel quale la condotta offensiva si presenta unitaria e senza cesure temporali, nel reato abituale la condotta è caratterizzata da una pluralità di atti che, nel loro complesso, realizzano l'offesa al bene giuridico protetto dalla norma incriminatrice; di conseguenza, ai fini della proposizione della querela, il termine inizia a decorrere dalla consumazione del reato, che coincide con "l'evento di danno" consistente alternativamente nell'alterazione delle abitudini di vita della vittima o in un perdurante stato di ansia o di paura, ovvero con "l'evento di pericolo" consistente nel fondato timore per l'incolumità propria o di un prossimo congiunto (Sez. 5, n. 17082 del 05/12/2014 - dep. 23/04/2015, D.L., Rv. 263330). Attesa la struttura unitaria del delitto, però, una volta intervenuta la condizione di procedibilità essa si estende anche alle condotte poste in essere dall'imputato successivamente, poichè queste, unitariamente considerate con le precedenti, integrano l'elemento oggettivo del delitto di cui all'art. 612-bis c.p..

2.2 L'infondatezza di tale motivo determina il rigetto anche del quarto motivo, avente ad oggetto la quantificazione della pena, la quale, determinata in maniera superiore al minimo edittale in considerazione della durata circa un anno degli atti persecutori, risulta congruamente motivata, in maniera non manifestamente illogica nè contraddittoria e dunque insindacabile (Sez. 5, n. 5582 del 30/09/2013 - dep. 04/02/2014, Ferrario, Rv. 259142; Sez. 3, n. 1182 del 17/10/2007, Cilia, Rv. 238851).

3. Il secondo motivo è inammissibile poichè la doglianza non è stata proposta in sede di appello, sicchè viene in discussione solamente in questa sede l'ordinanza del 21 settembre 2011, con la quale il giudice di primo grado ha disposto l'acquisizione, ai sensi dell'art. 507 c.p.p., dei tabulati telefonici dell'imputato.

A norma dell'art. 586 c.p.p., quando non è diversamente stabilito dalla legge, l'impugnazione contro le ordinanze emesse nel corso degli atti preliminari ovvero nel dibattimento può essere proposta, a pena di inammissibilità, soltanto con l'impugnazione contro la sentenza.

D'altra parte, ai sensi dell'art. 606 c.p.p., comma 3, il ricorso è inammissibile quando sono proposte questioni non prospettate nei motivi di appello; infatti il parametro dei poteri di cognizione del giudice di legittimità è delineato dall'art. 609 c.p.p., comma 1, il quale ribadisce in forma esplicita un principio già enucleabile dal sistema, e cioè la commisurazione della cognizione di detto giudice ai motivi di ricorso proposti; il combinato disposto dell'art. 606 c.p.p., comma 3 e dell'art. 609 c.p.p., comma 1, impedisce la proponibilità in cassazione di qualsiasi questione non prospettata in appello, e, come rileva la più recente dottrina, costituisce un rimedio contro il rischio concreto di un annullamento, in sede di cassazione, del provvedimento impugnato, in relazione ad un punto intenzionalmente sottratto alla cognizione del giudice di appello: in questo caso, infatti è facilmente diagnosticabile in anticipo un inevitabile difetto di motivazione della relativa sentenza con riguardo al punto dedotto con il ricorso, proprio perchè mai investito della verifica giurisdizionale.

4. I quarto motivo è infondato.

4.1 Con il gravame di merito era stata invocata la sospensione condizionale della pena, in considerazione delle medesime ragioni per cui erano state richieste le attenuanti generiche (buon comportamento processuale, ingiusta sottoposizione ad altro processo per violenza sessuale, nel quale R. è stato assolto "con formula piena").

Le attenuanti generiche sono state riconosciute e la sentenza impugnata ha rideterminato il trattamento sanzionatorio, infliggendo la pena di un anno di reclusione, astrattamente compatibile con la sospensione richiesta, anche considerato il precedente per furto di 4 mesi di reclusione.

Tuttavia la Corte milanese, nel rimodulare la pena, l'ha fissata in misura superiore al minimo edittale, in considerazione della durata delle condotte persecutorie (protrattesi per circa un anno) e del precedente penale per furto ed ha negato la sospensione condizionale della pena, ritenendo necessaria questa volta una esecuzione effettiva della sanzione penale.

4.2 Si tratta di una motivazione che, in presenza di una richiesta generica come quella formulata in sede di appello, soddisfa l'onere motivazionale richiesto dalla legge, poichè anche nel formulare il giudizio di concedibilità della sospensione condizionale della pena, il giudice di merito non ha l'obbligo di prendere in esame tutti gli elementi indicati nell'art. 133 c.p., ma può limitarsi ad indicare quelli da lui ritenuti prevalenti (ex multis Sez. 3 n. 6641/10 del 17 novembre 2009, Miranda, rv 246184) e le considerazioni già ricordate sono da ritenersi tutt'altro che illogiche e dunque insindacabili in questa sede di legittimità.

5. In conclusione il ricorso dell'imputato va rigettato, con conseguente condanna del ricorrente al pagamento delle spese processuali, ai sensi dell'art. 616 c.p.p..

Va infine disposto l'oscuramento dei dati identificativi, in caso di diffusione del presente provvedimento, in considerazione del reato contestato.

P.Q.M.
Rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali. In caso di diffusione del presente provvedimento omettere le generalità e gli altri dati identificativi, a norma del D.Lgs. n. 196 del 2003, art. 52 in quanto imposto dalla legge.

Così deciso in Roma, il 11 luglio 2016.

Depositato in Cancelleria il 3 ottobre 2016

Stalking: sulla rilevanza della reiterazione della condotta ai fini della procedibilità

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