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Trattamento di fine rapporto: è legittima la trattenuta operata dall'INPS a carico dei propri dipendenti, sebbene siano soggetti alla disciplina dell'indennità di fine servizio e non a quella del trattamento di fine rapporto

Cassazione civile , sez. lav. , 11/12/2023 , n. 34524

In tema di contribuzione aggiuntiva sulle quote di trattamento di fine rapporto, prevista dall' art. 3 della l. n. 297 del 1982 , è legittima la trattenuta operata dall'INPS a carico dei propri dipendenti, sebbene costoro siano soggetti alla disciplina dell'indennità di fine servizio e non a quella del trattamento di fine rapporto, atteso che la contribuzione aggiuntiva è destinata a finanziare l'aumento delle pensioni di assicurazione generale obbligatoria a perequazione automatica, con la conseguenza che tutti gli iscritti all'AGO vanno a tal fine equiparati in quanto, se uguale è il trattamento pensionistico, uguale deve essere l'onere contributivo.

La sentenza integrale

RILEVATO
che:

si controverte del diritto di B.G., ex dipendente INPS, alla riliquidazione della pensione integrativa a carico del Fondo pensioni integrative con la inclusione delle voci "anticipazioni mensili incentivo speciale" e dell'"anticipazione mensile compensi incentivanti", nonché sulla restituzione della trattenuta effettuata sulla indennità di buonuscita con la causale "rivalsa contributiva L. n. 297 del 1982, ex art. 3";

la Corte d'appello di Caltanissetta, con sentenza n. 272 del 2016, ha rigettato l'impugnazione proposta dall'INPS avverso la sentenza di primo grado che aveva accolto le domande, ritenendo fondate sia le pretese relative alla riliquidazione della pensione integrativa in ragione del carattere fisso e continuativo riscontrato nell'erogazione delle voci pretese, che la pretesa relativa alla restituzione di quanto trattenuto a titolo di cd. rivalsa contributiva L. n. 297 del 1982, ex art. 3. avverso tale sentenza, ricorre l'INPS con due motivi; B.G. non ha svolto attività difensiva;

il Collegio ha disposto il deposito della motivazione nel termine di giorni sessanta.

CONSIDERATO
che:

con il primo motivo di ricorso, l'INPS denuncia violazione e falsa applicazione della L. n. 144 del 1999, art. 64, comma 3, nonché degli artt. 5, 21 e 27 Regolamento INPS del 1970, del D.P.R. n. 267 del 1987, art. 13, e succ. modif. e della L. n. 88 del 1989, art. 18; in particolare, si lamenta che la Corte territoriale abbia affermato la natura fissa e continuativa delle voci retributive indicate, così ritenendole incluse nel calcolo della pensione integrativa in ossequio a quanto stabilito dalla Sezioni Unite della Corte di cassazione n. 7158 del 2010;

il motivo è inammissibile;

la sentenza impugnata ha esplicitamente affermato che, sino al (Omissis), la odierna intimata ha percepito le voci retributive: "anticipazioni mensili incentivo speciale" (cod. 158) ed "anticipazione mensile compensi incentivanti" (cod. 159), come già accertato dal primo giudice e risultante dalle buste paga; si trattava di erogazioni previste dalla contrattazione collettiva del 1997 con la finalità di incentivare la qualificazione professionale dei dipendenti dell'INPS dopo la riorganizzazione dell'Ente e sono state erogate con carattere di generalità e fissità negli importi mensili indicati;

questa Corte di legittimità (Cass. 16/06/2023, n. 17324), in fattispecie del tutto analoga di ricalcolo della pensione integrativa INPS, ha ritenuto non superabile l'accertamento in fatto posto in essere dalla Corte di merito;

il motivo, infatti, non intercetta il decisum della sentenza impugnata là dove è stata accertata l'avvenuta corresponsione delle indennità de quo con i caratteri della fissità e continuità, ma si limita a ribadire che le voci retributive de quibus non sarebbero connotate dal carattere di fissità e continuità e così tali da rientrare nell'ambito di operatività della disposizione regolamentare, pacificamente includente nella base di calcolo ai fini della determinazione del trattamento di previdenza e di quiescenza gli "assegni personali e le altre competenze di carattere fisso e continuativo";

questa Corte, decidendo a composizione di un contrasto di giurisprudenza, (Cass., Sez. Un. 7154 del 25 marzo 2010) ha affermato che "In tema di base di calcolo della pensione integrativa dei dipendenti dell'INPS, ai sensi dell'art. 5 del Regolamento per il trattamento di previdenza e quiescenza dell'ente, adottato con Delib. 12 giugno 1970, e successivamente modificato con deliberazione del 30 aprile 1982, ai fini della computabilità nella pensione integrativa già erogata dal fondo istituito dall'ente (e ancora transitoriamente prevista a favore dei soggetti già iscritti al fondo, nei limiti dettati dalla L. 17 maggio 1999, n. 144, art. 64) è sufficiente che le voci retributive siano fisse e continuative, dovendosi escludere la necessità di una apposita deliberazione che ne disponga l'espressa inclusione" ed ancora che: "Non osta che l'elemento retributivo sia attribuito in relazione allo svolgimento di determinate funzioni o mansioni, anche se queste, e la relativa indennità, possano in futuro venire meno, mentre non può ritenersi fisso e continuativo un compenso la cui erogazione sia collegata ad eventi specifici di durata predeterminata oppure sia condizionata al raggiungimento di taluni risultati e quindi sia intrinsecamente incerto";

la fattispecie oggetto di detta decisione era relativa all'indennità mensile L. n. 88 del 1989, ex art. 15, comma 2, e al salario di professionalità o assegno di garanzia retribuzione (il principio è stato ripreso da Cass. n. 9285 del 22 aprile 2011 con riferimento alla indennità per ispettore di vigilanza);

come chiarito nella successiva Cass. n. 3740 del 15 febbraio 2011, secondo l'originaria dizione del regolamento INPS per il trattamento di previdenza e di quiescenza, approvato con Delib. Consiliare 12 giugno 1970, n. 54, la "retribuzione" sia agli effetti della pensione integrativa, sia agli effetti dell'indennità di buonuscita, era comprensiva delle competenze a carattere fisso e continuativo riconosciute utili ai fini del trattamento di previdenza e di quiescenza con deliberazione del Consiglio di amministrazione, approvata dal Ministero del lavoro; tale previsione fu modificata proprio dall'INPS con Delib. 30 aprile 1982, n. 99, (alla luce della decisione del Consiglio di Stato n. 120/80) eliminando l'ultima parte, di talché non fu più necessario il provvedimento del Consiglio di amministrazione affinché le voci retributive venissero considerate pensionabili e quiescibili, essendo sufficiente a tale scopo che le medesime fossero fisse e continuative;

indi, come è noto, i fondi integrativi esistenti presso gli enti pubblici non economici di cui alla L. n. 70 del 1975, furono soppressi dal primo ottobre 1999, ad opera della L. 17 maggio 1999, n. 144, art. 64, comma 2, prevedendosi però (comma 3, del medesimo articolo), che in favore degli iscritti veniva riconosciuto l'importo del trattamento pensionistico integrativo, calcolato sulla base delle normative regolamentari in vigore presso i predetti fondi, che restavano a tal fine confermate anche ai fini delle anzianità contributive maturate alla data del (Omissis);

ne consegue che fino all'(Omissis) sono rimaste in vigore, quanto alla pensione integrativa, le norme del regolamento INPS sopra indicato, ancorché la sua maturazione si sia arrestata alla data suddetta;

alla luce del suddetto quadro normativo, con riguardo alla questione da decidere (se le voci di cui si chiede il computo siano fissa e continuativa) va osservato che i Giudici d'appello hanno accertato che esse erano state percepite con continuità per tutto il periodo dell'espletamento delle corrispondenti mansioni;

invero, l'accertamento del carattere fisso e continuativo di una voce stipendiale è stato correttamente condotto attraverso un percorso articolato che tenga conto essenzialmente di due elementi: le modalità della sua concreta erogazione ed il tenore della fonte che lo prevede;

la reiterazione del pagamento per un apprezzabile lasso di tempo, non è irrilevante, giacché nessuna voce retributiva può considerarsi attribuita in perpetuo, essendo al contrario sempre passibile - anche quelle irreversibilmente connesse all'aumento della professionalità acquisita - di soppressione (se del caso con sostituzione di altri emolumenti) modifiche, di talché l'unico dato certo finisce con l'essere la sua ripetizione nel tempo e fino al momento in cui la prestazione che dovrebbe includerlo, nella specie la pensione integrativa, deve essere erogata;

non vi è dubbio poi che anche la reiterazione del compenso potrebbe precluderne il carattere di fissità e continuità ove il tenore della disposizione che lo introduce lo preveda espressamente come temporaneo, in quanto intrinsecamente collegato ad eventi di durata limitata (come il raggiungimento di specifici risultati o obiettivi), di qui la rilevanza del tenore della fonte che lo introduce;

nella specie resta il dato relativo alla reiterazione della corresponsione delle indennità di cui si discute, dal (Omissis) in continuità, con la conseguenza, che le medesime indennità sono da considerare dunque "fisse" e "continuative";

con il secondo motivo di ricorso, si denuncia la violazione L. 20 marzo 1975, n. 70, art. 13, e degli artt. 5 e 34 del Regolamento per cui è dedotta violazione e falsa applicazione della L. n. 297 del 1982, art. 3, commi 14 e 15, (art. 360 c.p.c., n. 3);

espone il ricorrente che la lettura delle norme richiamate dalla Corte d'Appello esclude le conclusioni cui la stessa è pervenuta. La disposizione di cui alla L. n. 297 del 1982, art. 3, infatti, non è inserita in un contesto di disciplina del trattamento di fine rapporto, bensì in un contesto di benefici pensionistici, il cui costo viene attribuito al lavoratore, senza distinzione tra datore di lavoro pubblico e datore di lavoro privato. La disposizione, quindi, si applica in tutti i casi in cui il lavoratore sia iscritto all'AGO, unico criterio determinativo del campo di applicazione della legge. Ciò, ancor più, ove si consideri che l'art. 4 della legge estende l'applicabilità dell'art. 2120 c.c., a tutti i lavoratori dipendenti per i quali sia prevista all'atto della cessazione del servizio una qualche forma di "indennità di anzianità, fine lavoro, di buonuscita, comunque denominata e da qualsiasi fonte disciplinata. Il riferimento al TFR è effettuato al solo fine di individuare la fonte sulla quale operare il prelievo, essendo il prelievo connesso a benefici pensionistici;

il motivo è fondato;

l'INPS ricorda la giurisprudenza amministrativa che ha ritenuto irrilevante la natura pubblica o privata del rapporto di lavoro, ritenendo invece significativo il regime positivo dei trattamenti pensionistici e previdenziali;

Il motivo, in conformità con numerosi precedenti è fondato e deve essere accolto;

come questa Corte ha già avuto modo di affermare, con orientamento al quale si intende dare continuità, che in tema di contribuzione aggiuntiva sulle quote di trattamento di fine rapporto, prevista dalla L. n. 297 del 1982, art. 3, è legittima la trattenuta operata dall'INPS a carico dei propri dipendenti, sebbene costoro siano soggetti alla disciplina dell'indennità di fine servizio, e non a quella del trattamento di fine rapporto, atteso che la contribuzione aggiuntiva è destinata a finanziare l'aumento delle pensioni di assicurazione generale obbligatoria a perequazione automatica, con la conseguenza che tutti gli iscritti all'AGO vanno a tal fine equiparati in quanto se uguale è il trattamento pensionistico, uguale deve essere l'onere contributivo (Cass., ordinanze n. 4225 del 2012, n. 4838 del 2013); infatti, ai dipendenti Inps, quale l'attuale parte intimata si applica l'indennità di fine servizio e non il TFR. Lo ha chiaramente affermato la sentenza di questa Corte n. 11604 del 2008, nei seguenti termini:

"La L. n. 70, art. 1, disponeva "Lo stato giuridico e il trattamento economico di attività e di fine servizio del personale dipendente degli enti pubblici individuati ai sensi dei seguenti commi sono regolati in conformità alla presente a legge". La nuova disciplina recava quindi un trattamento retributivo omogeneo per i dipendenti di "tutti" gli enti interessati (tramite accordi sindacali, come già avveniva per i dipendenti statali) e, quanto al trattamento di quiescenza, si disponeva all'art. 13, che "all'atto della cessazione del servizio spetta al personale un'indennità di anzianità, a totale carico dell'ente, pari a tanti dodicesimi dello stipendio annuo complessivo in godimento quanti sono gli anni di servizio prestato". Pertanto, questa divenne ormai, per tutti i dipendenti del parastato, la disciplina applicabile per la quiescenza, con conseguente abolizione di quelle, diversamente stabilite, dalle varie, molteplici delibere dai Consigli di amministrazione. Per affermare la perdurante vigenza della L. n. 70 del 1975, art. 13, non appaiono sufficienti le argomentazioni già svolte, essendo necessario anche escludere che la materia sia stata diversamente regolata da altre disposizioni intervenute nelle more. E noto che, a seguito della privatizzazione del rapporto, il trattamento economico dei dipendenti degli enti pubblici non economici, tra cui si annovera l'Inps, viene regolato dai contratti collettivi; tuttavia, la materia relativa alle spettanze che maturano alla fine del rapporto non è stata oggetto di accordo tra le parti. Ci si chiede allora se valgano per i dipendenti "privatizzati" le regole civilistiche che presiedono al trattamento di fine rapporto dei dipendenti privati, dal momento che il D.Lgs. 30 marzo 2001, n. 165, art. 2, comma 2, richiama le disposizioni del capo 1A, titolo 2A, del libro 5 A del codice civile e le leggi sui rapporti di lavoro subordinato nell'impresa, tra cui è sicuramente ricompreso l'art. 2120 c.c., sul TFR. Al quesito va data risposta negativa, come già ha avuto modo di osservare la sentenza di questa Corte n. 15998 del 14 luglio 2006. Infatti la L. 8 agosto 1995, n. 335, ("Riforma del sistema pensionistico obbligatorio e complementare"), nel quadro complessivo di omogeneizzazione introdotto, sia pure gradualmente, tra lavoro pubblico e privato anche per quanto riguarda gli aspetti previdenziali, all'art. 2, nei commi 5 e 7, dettava in materia disposizioni riguardanti i dipendenti delle amministrazioni pubbliche contemplati nel D.Lgs. n. 29 del 1993, art. 1, assunti rispettivamente dal 1 gennaio 1996 ovvero già occupati alla data del 31 dicembre 1995. Per i primi era stabilito che "i trattamenti di fine servizio, comunque denominati, sono regolati in base a quanto "previsto dall'art. 2120 c.c., in materia di trattamento di fine rapporto". Per i secondi erano rimesse alla contrattazione collettiva nazionale le modalità per l'applicazione della disciplina del trattamento in materia di fine rapporto. In entrambe i casi, la disciplina di esecuzione era affidata ad un decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri. Si desume da tali disposizioni che solo per i lavoratori che fossero stati assunti nel corso del 1996 avrebbero trovato applicazione, in base alla L. n. 335 del 1995, le regole civilistiche in tema di trattamento di fine rapporto;

la restrizione a tale categoria era giustificata dal rilievo che per gli altri, ossia per quelli già occupati alla data del 31 dicembre 1995, l'applicazione di tali regole era esplicitamente condizionata all'intervento della contrattazione collettiva nazionale. Vale la pena di aggiungere che la L. 27 dicembre 1997, n. 449, ("misure per la stabilizzazione della finanza pubblica"), all'art. 59, comma 56, mantenendo fermo quanto previsto dalle L. n. 335 del 1995, e successive modificazioni in materia di applicazione delle disposizioni relative al trattamento di fine rapporto ai dipendenti delle pubbliche amministrazioni, ha previsto la possibilità di richiedere la trasformazione dell'indennità di fine servizio in trattamento di fine rapporto, collegando a tale opzione la destinazione alla previdenza complementare. Questa facoltà è stata confermata dall'Accordo Quadro nazionale in materia di TFR e previdenza complementare del 27 luglio 1999, per cui i dipendenti assunti prima de 1996, possono optare per il TFR, in luogo della previgente disciplina, ma nella specie, detta opzione non è stata esercitata; successivamente il D.Lgs. 30 marzo 2001, n. 165, art. 69, comma 2, ha previsto che, in attesa di una nuova regolamentazione contrattuale della materia, resta ferma per i dipendenti pubblici, la disciplina vigente in materia di trattamento di fine rapporto. Non operando dunque l'art. 2120 c.c., né avendo ancora provveduto a contrattazione collettiva, si deve applicare, ai fini del trattamento di fine rapporto del dipendenti Inps, la disciplina legale, ossia la L. n. 70 del 1975, art. 13, che regola l'indennità di anzianità per i dipendenti degli enti pubblici economici, nel quadro di omogeneizzazione di cui sopra si è detto, dei trattamenti differenziati dalle singole discipline regolamentari vigenti presso ciascuno;

la regola per cui l'indennità di anzianità viene calcolata su una base non onnicomprensiva, ossia limitata allo stipendio base, con esclusione di altre indennità, conduce comunque ad un trattamento molto più favorevole rispetto a quello relativo al TFR spettante ai dipendenti privati giacché i destinatari della L. n. 70 del 1975, citato art. 13, hanno il vantaggio di moltiplicare "l'ultimo stipendio" per il numero degli anni di servizio prestati, in luogo del sistema del TFR, che si compone della somma di accantonamenti annuali, che riproducono, non già i più alti compensi percepiti al termine della carriera, ma solo la quota di quelli ricevuti anno per anno";

tanto precisato, deve, tuttavia, osservarsi che viene qui in applicazione una disposizione in materia previdenziale, precisamente in materia contributiva, che pone a carico dei dipendenti la trattenuta per cui è causa. Trattenuta che vale per "tutti" gli iscritti all'assicurazione generale obbligatoria, perché è in corrispondenza dell'aumento della misura delle pensioni, aumento che deve trovare necessariamente copertura nell'aumento dei contributi, anche di quelli a carico dei dipendenti. In relazione al carico contributivo, pertanto, tutti gli iscritti all'AGO vengono equiparati: se uguale è il trattamento pensionistico uguale deve essere l'onere contributivo e non sarebbe logico discriminare solo in forza del diverso meccanismo di calcolo vigente in ordine al computo della indennità spettante alla fine del rapporto di lavoro, che nessuna connessione ha con il rapporto assicurativo;

in definitiva, va dichiarato inammissibile il primo motivo, ed accolto il secondo motivo di ricorso;

la sentenza impugnata va quindi cassata quanto al motivo accolto e, non essendo necessari ulteriori accertamenti in fatto, la causa va decisa nel merito (art. 384 c.p.c.) rigettando il capo della domanda relativo alla restituzione delle somme di cui alla cd. rivalsa contributiva L. n. 297 del 1982, ex art. 3, ferma restando per il resto la pronuncia qui impugnata;

in ragione del parziale accoglimento dei diversi capi di domanda proposti, vanno compensate tra le parti le spese dell'intero processo.

P.Q.M.
La Corte accoglie il secondo motivo di ricorso, dichiara inammissibile il primo, cassa la sentenza impugnata quanto al motivo accolto e, decidendo nel merito, rigetta il capo di domanda proposto da B.G. relativo alla cd. rivalsa contributiva L. n. 297 del 1982, ex art. 3; dichiara interamente compensate tra le parti le spese dell'intero processo.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio, il 26 ottobre 2023.

Depositato in Cancelleria il 11 dicembre 2023

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