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Cassazione Penale

Cassazione penale sez. II, 04/07/2018, n.31803

La massima

In tema di usura, la circostanza aggravante di cui all'art. 644, comma quinto, n. 4, cod. pen. è configurabile per il solo fatto che la persona offesa eserciti una delle attività protette, a nulla rilevando che il finanziamento corrisposto dietro la promessa o la dazione di interessi usurari non abbia alcuna attinenza con le suddette attività.

La sentenza integrale

RITENUTO IN FATTO
1. Con sentenza del 6/4/2017 la Corte di appello di Catanzaro confermava la sentenza emessa il 7/3/2016 con la quale il G.i.p. del Tribunale di Catanzaro, ad esito del giudizio abbreviato, aveva condannato alle pene ritenute di giustizia C.G.A., C.F., P.D., M.A., F.S. e Fr.Gi. per i reati di usura, tentata estorsione e violenza privata in danno di B.G.S., loro rispettivamente ascritti.

2. Propongono distinti ricorsi, a mezzo dei rispettivi difensori di fiducia, C.G.A., C.F., P.D., M.A., F.S. e Fr.Gi., chiedendo l'annullamento della suddetta sentenza.

3. La difesa di C.G.A. articola il ricorso sulla base di cinque motivi.

3.1. Inosservanza od erronea applicazione della legge penale e manifesta illogicità della motivazione in ordine alla ritenuta sussistenza della circostanza aggravante D.L. 13 maggio 1991, n. 152, ex art. 7 (ora art. 416-bis c.p., comma 1) per il reato di usura contestato al capo A).

La sentenza ha utilizzato le dichiarazioni rese dalla persona offesa nel verbale di s.i.t. del 13/10/2014, omettendo di valutare quelle contenute nella denuncia del 10/6/2014.

La stessa aggravante è stata esclusa invece per gli altri concorrenti nel medesimo delitto, oltre che per tutti gli altri reati, con una motivazione illogica e carente, mancando la descrizione dei dati esteriori della condotta, e con un travisamento della prova laddove la sentenza afferma che il ricorrente utilizzò come tecnica d'intimidazione la prospettazione della provenienza mafiosa dei capitali.

3.2. Inosservanza od erronea applicazione della legge penale e mancanza, contraddittorietà e manifesta illogicità della motivazione in relazione alla ritenuta sussistenza dei delitti di usura contestati ai capi E) e F).

Vi è inconciliabilità fra quanto riferito nella denuncia sporta da B.G.S. il 10/6/2014 e la collocazione temporale degli episodi descritti nei suddetti capi d'imputazione, per il primo dei quali si è formato giudicato cautelare, avendo il Tribunale del riesame annullato l'ordinanza di custodia. La sentenza impugnata ha omesso di valutare i rilievi difensivi con i quali si era evidenziata detta inconciliabilità logica.

3.3. Inosservanza od erronea applicazione della legge penale e contraddittorietà e manifesta illogicità della motivazione in relazione all'affermazione di responsabilità per concorso nella tentata estorsione contestata al capo G): la sentenza non dà conto dell'elemento oggettivo della condotta del ricorrente e presuppone erroneamente che lo stesso fosse a conoscenza dei propositi criminosi dei correi.

3.4. Inosservanza delle norme processuali stabilite a pena d'inutilizzabilità, in relazione all'art. 63 c.p.p., comma 2 e art. 191 cod. proc. pen.: in sede di denuncia B. effettuò dichiarazioni autoindizianti in relazione a reati teleologicamente e probatoriamente connessi, cosicchè le successive dichiarazioni sono patologicamente inutilizzabili.

3.5. Inosservanza od erronea applicazione della legge penale e mancanza della motivazione in relazione al trattamento sanzionatorio, essendosi il giudice del merito discostato dal minimo edittale senza tener conto dei parametri indicati dall'art. 133 cod. pen..

4. La difesa di C.F. articola il ricorso sulla base di quattro motivi.

4.1. Inosservanza od erronea applicazione della legge penale e contraddittorietà e manifesta illogicità della motivazione per avere il giudice del merito erroneamente qualificato la condotta contestata ai capi A), C), D) e F) come concorso nel delitto di usura e non come favoreggiamento personale: il ricorrente, in sentenza, è stato ritenuto responsabile di avere riscosso il credito, non essendo emerso che lo stesso abbia avuto il ruolo di promotore del rapporto usurario nè che abbia mai incassato somme da B., circostanze che dimostrano l'erroneità della qualificazione giuridica del fatto.

In particolare, quanto al reato di usura di cui al capo D), la Corte non ha considerato che le s.i.t. del 30/8/2014 erano state precedute e contraddette da quelle del 7/7/2014, nelle quali lo stesso episodio delittuoso era stato attribuito con modalità differenti ad altri soggetti: la sentenza non spiega perchè sia stata preferita la seconda versione dei fatti, inconciliabile rispetto alla prima.

4.2. Contraddittorietà e manifesta illogicità della motivazione per avere il giudice del merito individuato in C.F. l'interlocutore di alcune intercettazioni ambientali e telefoniche: la prova è stata travisata in quanto l'individuazione è avvenuta sulla base dell'erroneo presupposto della intestazione allo stesso ricorrente dell'utenza captata in alcune conversazioni.

4.3. Inosservanza delle norme processuali stabilite a pena d'inutilizzabilità, in relazione all'art. 63 c.p.p., comma 2 e art. 191 cod. proc. pen.: il motivo è stato proposto con argomentazioni identiche a quelle svolte nel ricorso proposto per C.G.A..

4.4. Inosservanza od erronea applicazione della legge penale e mancanza della motivazione in relazione al trattamento sanzionatorio: anche questo motivo è identico all'ultimo proposto per C.G.A..

5. La difesa di P.D., con unico motivo, deduce violazione della legge penale e vizio motivazionale, in relazione agli artt. 644 e 629 cod. pen., stante la insussistenza dei reati ascritti ai capi D) e G).

La Corte non ha proceduto ad un vaglio rigoroso del vissuto della persona offesa, che nelle conversazioni intercettate celava spesso interessi di possibile natura illecita, e non ha considerato che il ricorrente è stato indicato quale presunto erogatore delle somme solo in un secondo momento, a distanza di quattro mesi dai fatti, rispetto ad una condotta di natura istantanea perfezionata in ipotesi da altri soggetti.

B., quando fu intercettato, aveva già presentato la denuncia ed era ben consapevole dell'investigazione in atto; le sue dichiarazioni non risultano per nulla attendibili, considerata la mancanza di costanza e coerenza e valutato anche il comportamento truffaldino posto in essere nei confronti della propria sorella, inizialmente sottaciuto.

6. La difesa di F.S., con unico motivo, deduce violazione della legge penale e vizio motivazionale, in relazione agli artt. 644 e 610 cod. pen., stante la insussistenza dei reati ascritti ai capi B), C) e H).

Il ricorso ha contenuto identico a quello proposto per P.D..

7. La difesa di M.A. deduce due motivi di ricorso.

7.1. Erronea interpretazione ed applicazione della legge penale e mancanza, contraddittorietà e manifesta illogicità della motivazione in relazione all'art. 644 cod. pen. ed alla circostanza aggravante prevista dal comma 5, n. 4, stesso art. (capo A dell'imputazione).

La sentenza non ha dato risposta alle doglianze difensive proposte con l'atto di appello, non sottoponendo ad un vaglio rigoroso le dichiarazioni della persona offesa, smentita da C.A. laddove ha affermato di avere corrisposto la somma di 2.000 Euro direttamente nelle mani del ricorrente, che peraltro - secondo quanto riferito dallo stesso B. - non avrebbe mai preso parte alla pattuizione originaria degli interessi usurari.

Le conversazioni intercettate sono prive dei caratteri necessari per essere valutate quali diretta fonte di prova.

La Corte non ha accertato se M. avesse avuto un ruolo diretto nell'erogazione del prestito a B. ovvero se fosse consapevole che il denaro corrisposto ad C.A., a titolo di prestito e senza alcun interesse, servisse per porre in essere un'attività di usura in danno della persona offesa.

Dalle dichiarazioni di B. e dal contenuto delle intercettazioni è emerso che M. era interessato a rientrare in possesso del capitale che aveva corrisposto a C. e che costui lamentava che il proprio debitore ( B.) non onorava gli impegni che aveva assunto; il ricorrente, pertanto, non ha contribuito in alcuna misura alla realizzazione dell'illecito.

Non sussiste neppure l'aggravante ex art. 644 c.p., comma 5, n. 4, in quanto B. non ha mai utilizzato il denaro ricevuto dagli usurai per far fronte alle difficoltà economiche della propria impresa.

7.2. Erronea interpretazione ed applicazione della legge penale (artt. 132,133,62 bis e 69 cod. pen.) nonchè mancanza, contraddittorietà e manifesta illogicità della motivazione in relazione al diniego delle attenuanti generiche ed alla determinazione di una pena sproporzionata, discostatasi dal minimo edittale in assenza della valutazione dei criteri ex art. 133 cod. pen..

8. La difesa di Fr.Gi., con unico motivo, deduce violazione della legge penale (art. 644 cod. pen.) e processuale (art. 192 cod. proc. pen.), e vizio motivazionale in ordine alla ritenuta sussistenza del delitto di usura ascritto all'imputato (capo C dell'imputazione).

Nella sentenza impugnata si è omesso di rispondere ai motivi di appello, riguardanti l'errata valutazione del contenuto delle conversazioni intercettate e il profilo dell'elemento soggettivo.

La Corte ha erroneamente ritenuto che le insufficienti dichiarazioni della persona offesa fossero state riscontrate dalla scrittura privata rinvenuta e sequestrata nell'abitazione di C.F. e dal contenuto delle conversazioni intercettate, le quali, invece, dimostrano l'assoluta estraneità di Fr. al rapporto usurario e la sua inconsapevolezza di essere indicato in detta scrittura; detta conclusione, in particolare, è imposta dalla valutazione di una conversazione all'interno dell'autovettura in uso a C.G.A., ignorata dalla Corte di appello.

Nella sentenza non viene affrontato il profilo del dolo, mancando totalmente la motivazione circa la consapevolezza in capo a Fr. della destinazione ad un prestito a natura usuraria della somma di denaro ipoteticamente consegnata dal ricorrente a F.S..

CONSIDERATO IN DIRITTO
1. Nell'esame dei ricorsi pare opportuno affrontare innanzitutto alcune questioni che sono comuni e che sono state proposte dai ricorrenti con analoghe argomentazioni.

1.1. Con vari motivi sono state reiterate doglianze motivatamente disattese dalla Corte di appello, sulla base di argomentazioni espresse in senso adesivo a quelle, ampie ed articolate, del G.i.p.: è ovvio che sarebbe priva di fondamento la pretesa che il giudice di secondo grado, pur condividendo le motivazioni espresse nella decisione impugnata, dovesse dalle stesse prescindere.

In proposito va ricordato che "la struttura motivazionale della sentenza si salda con quella precedente per formare un unico complessivo corpo argomentativo, quando le due decisioni di merito concordino nell'analisi e nella valutazione degli elementi di prova posti a fondamento delle rispettive decisioni. Tale integrazione tra le due motivazioni si verifica allorchè i giudici di secondo grado abbiano esaminato le censure proposte dall'appellante con criteri omogenei a quelli usati dal primo giudice e con frequenti riferimenti alle determinazioni ivi prese ed ai passaggi logico-giuridici della decisione e, a maggior ragione, quando i motivi di appello non abbiano riguardato elementi nuovi, ma si siano limitati a prospettare circostanze già esaminate ed ampiamente chiarite nella decisione di primo grado" (così Sez. 3, n. 44418 del 16/7/2013, Argentieri, Rv. 257595; nello stesso senso, da ultimo, v. Sez. 2, n. 50119 del 17/10/2017, Ripamonti, n.m., nonchè Sez. 2, n. 3935 del 12/1/2017, Di Monaco, Rv. 269078, in motivazione).

Inoltre, secondo la costante giurisprudenza di legittimità, nella motivazione della sentenza il giudice del gravame di merito non è tenuto a compiere un'analisi approfondita di tutte le deduzioni delle parti e a prendere in esame dettagliatamente tutte le risultanze processuali, essendo invece sufficiente che, anche attraverso una loro valutazione globale, spieghi, in modo logico e adeguato, le ragioni del suo convincimento, dimostrando di aver tenuto presente ogni fatto decisivo.

Ne consegue che in tal caso debbono considerarsi implicitamente disattese le deduzioni difensive che, anche se non espressamente confutate, siano logicamente incompatibili con la decisione adottata (fra le tante v. Sez. 2, n 30971 del 10/04/2015, F., Rv. 264837, in motivazione); pertanto in sede di legittimità non è censurabile la sentenza, per il suo silenzio su una specifica deduzione prospettata col gravame, quando questa risulta disattesa dalla motivazione complessivamente considerata, essendo sufficiente, per escludere la ricorrenza del vizio previsto dall'art. 606 c.p.p., comma 1, lett. e), che la sentenza evidenzi una ricostruzione dei fatti che conduca alla reiezione della prospettazione difensiva implicitamente e senza lasciare spazio ad una valida alternativa (Sez. 2, n. 1405 del 10/12/2013, Cento, Rv. 259643; Sez. 5, n. 607 del 14/11/2013, dep. 2014, Maravalli, Rv. 258679; Sez. 2, n. 33577 del 26/05/2009, Bevilacqua, Rv. 245238; Sez. 2, n. 29434 del 19/05/2004, Candiano, Rv. 229220).

1.2. Tutti i ricorrenti, poi, sia pure in misura diversa, hanno in buona parte sollecitato un nuovo giudizio di merito, invocando di fatto una rilettura delle prove poste a fondamento della decisione impugnata e l'autonoma adozione di diversi parametri di ricostruzione e valutazione dei fatti, ritenuti maggiormente plausibili o dotati di una migliore capacità esplicativa; ciò è precluso in questa sede, poichè esula "dai poteri della Corte di legittimità quello di una rilettura degli elementi di fatto posti a fondamento della decisione, la cui valutazione è riservata, in via esclusiva, al giudice di merito, senza che possa integrare un vizio di legittimità la mera prospettazione di una diversa - e per il ricorrente più adeguata - valutazione delle risultanze processuali" (Sez. 6, n. 27784 del 05/04/2017, Abbinante, Rv. 270398, in motivazione; nello stesso senso cfr., ad es., Sez. 6, n. 47204 del 07/10/2015, Musso, Rv. 265482, nonchè, da ultimo, Sez., 2, n. 29442 del 01/06/2018, Carannante, n.m.).

Secondo il diritto vivente, con il ricorso per cassazione non è consentito dedurre il "travisamento del fatto", stante la preclusione per il giudice di legittimità di sovrapporre la propria valutazione delle risultanze processuali a quella compiuta nei precedenti gradi di merito, a maggior ragione in presenza di una "doppia conforme"; è consentito, invece, dedurre il vizio di "travisamento della prova", quando il giudice di merito - ciò che non ricorre nel caso di specie abbia fondato il proprio convincimento su una prova che non esiste o su un risultato di prova incontestabilmente diverso da quello reale, considerato che, in tal caso, non si tratta di reinterpretare gli elementi di prova valutati dal giudice di merito ai fini della decisione, ma di verificare se detti elementi sussistano (ex plurimis v. Sez. 4, n. 33772 del 15/06/2017, Dentice di Accadia Capozzi, n.m.; Sez. 2, n. 7896 del 18/11/2016, dep. 2017, La Gumina, Rv. 269217; Sez. 4, n. 5615 del 13/11/2013, dep. 2014, Nicoli, Rv. 258432; Sez. 4, n. 14732 del 01/03/2011, Molinario, Rv. 250133).

Pertanto, secondo il costante orientamento del giudice di legittimità, è inammissibile il ricorso che si fondi su argomentazioni che si pongono in confronto diretto con il materiale probatorio e non, invece, sulla denuncia di uno dei vizi logici tassativamente previsti dall'art. 606 cod. proc. pen., comma 1, lett. e), riguardanti la motivazione del giudice di merito in ordine alla ricostruzione del fatto (cfr. Sez. 4, n. 47262 del 13/09/2017, Prina, Rv. 271041, in motivazione; Sez. 6, n. 12501 del 27/01/2015, Di Stefano, Rv. 262908; Sez. 6, n. 43963 del 30/09/2013, Basile, Rv. 258153).

Anche da ultimo è stato efficacemente ribadito che "il controllo di legittimità, infatti, concerne il rapporto tra motivazione e decisione, non già il rapporto tra prova e decisione; sicchè il ricorso per cassazione che devolva il vizio di motivazione, per essere valutato ammissibile, deve rivolgere le censure nei confronti della motivazione posta a fondamento della decisione, non già nei confronti della valutazione probatoria sottesa, che, in quanto riservata al giudice di merito, è estranea al perimetro cognitivo e valutativo della Corte di Cassazione" (Sez. 5, n. 57736 del 31/10/2017, Miccoli, n.m.).

1.3. I ricorrenti, poi, obliterato il contenuto di varie rilevanti conversazioni intercettate evidenziate dai giudici di merito, hanno cercato di fornire una interpretazione di altri dialoghi captati diversa da quella indicata nella sentenza impugnata.

Anche sotto questo profilo va richiamata la costante giurisprudenza di legittimità, condivisa dal Collegio, secondo la quale l'interpretazione del linguaggio adoperato dai soggetti intercettati, anche quando sia criptico o cifrato, costituisce questione di fatto, rimessa alla valutazione del giudice di merito, la quale, se risulta logica in relazione alle massime di esperienza utilizzate, non può essere sindacata in sede di legittimità se non nei limiti della manifesta illogicità ed irragionevolezza della motivazione con cui esse sono recepite (Sez. U., n. 22471 del 26/2/2015, Sebbar, Rv. 263715; Sez. 2, n. 50701 del 04/10/2016, D'Andrea, Rv. 268389; Sez. 3, n. 35593 del 17/05/2016, Folino, Rv. 267650).

Inoltre, il contenuto di intercettazioni captate fra terzi, dalle quali emergano elementi di accusa nei confronti dell'imputato, può costituire fonte diretta di prova della sua colpevolezza senza necessità dei riscontri previsti dalla norma citata, fatto salvo l'obbligo del giudice di valutare il significato delle conversazioni intercettate secondo criteri di linearità logica (Sez. 5, n. 48286 del 12/07/2016, Cigliola, Rv. 268414; Sez. 5, n. 4572 del 17/07/2015, Ambroggio, Rv. 265747; Sez. 1, n. 37588 del 18/06/2014, Amaniera, Rv. 260842; Sez. 2, n. 47028 del 03/10/2013, Farinella, Rv. 257519; Sez. 4, n. 31260 del 04/12/2012, dep. 2013, Pellegrini, Rv. 256739).

Nel contempo, secondo il diritto vivente, il giudice può basare il proprio convincimento anche sulla sola deposizione della persona offesa dal reato, dovendo effettuare un riscontro della credibilità soggettiva ed oggettiva della stessa attraverso la conferma del restante materiale probatorio (ma non a mezzo dei riscontri esterni previsti dall'art. 192 c.p.p., comma 3), accertando con rigore, specie se si è costituita parte civile, l'intrinseca coerenza logica della testimonianza della persona offesa, - unitamente all'assenza di elementi che inducano a dubitare dell'obiettività del dichiarante (cfr., ex plurimis, Cass. SS.UU. 19/7/2012, Bell'Arte ed altri, Rv. 253214; più di recente v. Cass. 24/9/2015, Manzini, Rv. 265104 nonchè, da ultimo, Sez. 2, n. 25936 del 17/05/2018, Fanti, n.m.).

Nella citata sentenza le Sezioni Unite hanno altresì statuito che "la valutazione della credibilità della persona offesa dal reato rappresenta una questione di fatto che ha una propria chiave di lettura nel compendio motivazionale fornito dal giudice e non può essere rivalutata in sede di legittimità, salvo che il giudice non sia incorso in manifeste contraddizioni", ipotesi che non ricorre nel caso di specie.

Infatti, prima il G.i.p. e poi la Corte di appello, esaminando specificamente le doglianze degli odierni ricorrenti, hanno valorizzato il contenuto delle dichiarazioni della persona offesa, combinandolo con alcune significative e reiterate affermazioni degli imputati, fatte in conversazioni telefoniche od ambientali sottoposte ad intercettazione, le quali per un verso hanno fornito rilevanti riscontri al narrato di B.G.S. (recte: elementi di conferma) e per altro verso, in qualche caso, hanno rappresentato distinti risultati probatori.

2. I ricorsi sono tutti inammissibili perchè proposti con motivi non consentiti in sede di legittimità (alla luce dei principi in precedenza ricordati e di altri che verranno nel prosieguo richiamati) e/o generici e/o manifestamente infondati.

3. Inammissibile, in primo luogo, è il ricorso presentato nell'interesse di C.G.A..

3.1. Il fatto che l'aggravante del cosiddetto metodo mafioso sia stata riconosciuta solo per il capo d'imputazione riguardante il delitto di usura in concorso sub A) e solo per C.G.A. non determina di per se stessa illogicità o contraddittorietà della motivazione ed evidenzia, per contro, come il G.i.p. abbia rigorosamente circoscritto l'applicabilità della circostanza al caso in cui il risultato probatorio sia stato di segno chiaramente positivo.

Per i due concorrenti nel reato l'aggravante è stata esclusa, nella ritenuta assenza di prova della loro consapevolezza in ordine alle modalità con le quali C. aveva richiesto a B. il pagamento degli interessi usurari: la valutazione alla quale è pervenuto il G.i.p., condivisibile o meno che sia, non inficia la correttezza del ragionamento probatorio svolto dal primo giudice.

Il ricorrente, infatti, segnala presunte difformità fra le dichiarazioni del verbale di s.i.t. del 13/10/2014 e quelle della denuncia presentata quattro mesi prima e nel contempo sostiene che in detto verbale non viene riportata alcuna frase intimidatoria proferita da C. nei confronti della persona offesa.

Le deduzioni, tuttavia, contrastano con il principio più volte affermato dalla Suprema Corte, secondo il quale è inammissibile il ricorso per cassazione che deduca il vizio di manifesta illogicità della motivazione e, pur richiamando atti specificamente indicati, non contenga la loro integrale trascrizione o allegazione, così da rendere lo stesso autosufficiente con riferimento alle relative doglianze (Sez. 2, n. 20677 del 11/04/2017, Schioppo, Rv. 270071; Sez. 4, n. 46979 del 10/11/2015, Bregamotti, Rv. 265053; Sez. 3, n. 43322 del 02/07/2014, Sisti, Rv. 260994; Sez. 2, n. 26725 del 01/03/2013, Natale, Rv. 256723).

In ogni caso, posto che con il ricorso non viene contestata la decisione impugnata nella parte in cui è stata confermata l'affermazione di responsabilità per il delitto di usura, va evidenziato che nella motivazione della Corte viene nuovamente richiamata la dichiarazione di B., il quale nel suddetto verbale riferì che in più occasioni C.G.A. personalmente, all'inizio e poi a fronte del ritardo nei pagamenti degli interessi usurari, gli rappresentò che il finanziatore M.A. faceva parte della "famiglia" Be. di Rosarno, era "un appartenente ad una cosca di ‘ndrangheta, con il quale non si scherzava": l'aggravante del metodo mafioso è ravvisabile nel caso in cui l'indagato utilizzi come tecnica di intimidazione il riferimento alla provenienza dei capitali da persone legate alla criminalità organizzata (cfr., proprio in tema di usura, Sez. 1, n. 14193 del 30/03/2010, Rugiero, Rv. 246841).

I giudici di merito, ritenendo irrilevante la circostanza della effettiva appartenenza di M. alla cosca, hanno fatto corretta applicazione del principio consolidato nella giurisprudenza di legittimità, secondo il quale detta circostanza è configurabile anche a carico di un soggetto che non faccia parte di un'associazione di tipo mafioso, ma ponga in essere un comportamento minaccioso tale da richiamare alla mente ed alla sensibilità del soggetto passivo quello comunemente ritenuto proprio di chi appartenga ad un sodalizio del genere anzidetto e ad esercitare sulle vittime del reato una particolare coartazione psicologica (Sez. 2, n. 8081 del 17/01/2018, Gioffrè, n.m.; Sez. 6, n. 14249 del 01/03/2017, Barbieri, n.m.; Sez. 2, n. 45321 del 14/10/2015, Capuozzo, Rv. 264900; Sez. 2, n. 16053 del 25/03/2015, Campanella, Rv. 263525; Sez. 2, n. 38094 del 05/06/2013, De Paola, Rv. 257065).

3.2. Il motivo, assai generico, con il quale si è dedotta l'incompatibilità temporale fra quanto denunciato dalla persona offesa e le contestazioni del delitto di usura di cui ai capi E) e F) sconta anch'esso la violazione del principio di autosufficienza del ricorso ed è pertanto inammissibile; il motivo è comunque manifestamente infondato, pur seguendo la stessa prospettazione difensiva.

Nella denuncia, infatti, nella parte riportata nel ricorso, viene richiamata la dichiarazione di B., relativa all'epoca del primo prestito usurario (tra la fine dell'anno 2010 e gli inizi dell'anno 2011), che non contrasta con il perimetro temporale delineato nei due capi d'accusa, che fanno riferimento, rispettivamente, alla primavera 2010 ed ai successivi sei mesi ed al periodo compreso fra l'estate e la fine del 2010. In ogni caso l'eventuale imprecisione, quanto alla fase iniziale, di detto arco temporale, in ipotesi indicato nell'imputazione in un orizzonte più ampio di quello delineato dalla persona offesa, non costituirebbe elemento significativo o rilevante, idoneo ad incidere sul pieno esercizio del diritto di difesa, la cui violazione, sul punto, non è stata neppure dedotta.

Il ricorrente, poi, ha reiterato il rilievo secondo il quale nel capo F) manca la descrizione della condotta: trattasi di affermazione apodittica, la cui esattezza è smentita anche dalla sola lettura del capo d'imputazione.

L'omessa specifica risposta della Corte territoriale al motivo indicato in appello è priva di rilievo, alla luce del principio, condiviso dal Collegio, secondo il quale "l'inammissibilità originaria della doglianza, così come dedotta con l'atto di appello, rende del tutto irrilevante il fatto che la Corte territoriale non abbia preso in considerazione il relativo motivo, in quanto l'originaria inammissibilità della censura formulata con l'atto di appello (non esaminata in sede di gravame) non cagiona alcun pregiudizio concreto e renderebbe del tutto superfluo l'accoglimento della censura dedotta nella presente sede, sotto il profilo della carenza di motivazione; infatti l'eventuale accoglimento della doglianza non avrebbe alcun esito favorevole della valutazione del motivo di impugnazione in sede di giudizio di rinvio, sicchè in concreto si deve registrare una sostanziale carenza di interesse da parte del ricorrente" (Sez. 2, n. 10173 del 16/12/2014, Bianchetti, Rv. 263157; in senso esattamente conforme v. Sez. 6, n. 47722 del 06/10/2015, Arcone, Rv. 265878, nonchè Sez. 6, n. 31362 del 08/07/2015, Carbonari, Rv. 264938).

Ininfluente è anche la decisione del Tribunale del riesame in ordine al reato contestato al capo E), evocata con una deduzione proposta ancora una volta in violazione del ricordato principio di autosufficienza, essendosi richiamata l'ordinanza "versata in atti". In ogni caso va ricordato che l'istituto del giudicato cautelare ha una portata più modesta rispetto a quella determinata dalla cosa giudicata, sia perchè è limitata allo stato degli atti sia perchè copre soltanto le questioni dedotte nei procedimenti di impugnazione avverso ordinanze in materia di misure cautelari personali: è radicalmente escluso che ciò possa spiegare un effetto preclusivo nella valutazione del giudice di merito (Sez. U, n. 14535 del 19/12/2006, Librato, dep. 2007, Rv. 235908; Sez. 6, n. 54045 del 27/09/2017, Cao, Rv. 271734; Sez. 1, n. 47482 del 06/10/2015, Orabona, Rv. 265858; Sez. 6, n. 23295 del 17/03/2015, Volpin, Rv. 263627; Sez. 6, n. 7375 del 03/12/2009, dep. 2010, Bidognetti, Rv. 246026).

3.3. Il terzo motivo, inerente alla ritenuta responsabilità per la tentata estorsione commessa in concorso con P.D., è inammissibile per genericità.

Contenuto essenziale dell'atto di impugnazione è indefettibilmente il confronto puntuale con le argomentazioni della decisione impugnata, con specifica indicazione delle ragioni di diritto e degli elementi di fatto che fondano il dissenso, come da ultimo ribadito dalle Sezioni Unite della Suprema Corte (Sez. U., n. 8825 del 27/10/2016, dep. 2017, Galtelli, Rv. 268822).

Nel caso di specie il ricorrente non si è affatto confrontato con le ampie argomentazioni svolte sullo specifico capo d'imputazione dalla Corte territoriale, la quale, dopo avere riportato le doglianze dell'atto di appello (pag. 4), le ha disattese con motivazione adeguata (pag. 13), richiamando e sintetizzando, in particolare, il contenuto di una conversazione telefonica fra lo stesso C. e Mu.Ro., "che esprime la perfetta consapevolezza e volontà del C.G.A. di fare pressioni sulla persona offesa per costringerla a farsi rintracciare per addivenire al pagamento del debito usurario".

A fronte di detta motivazione la difesa si è limitata a sostenere che "la sentenza non dà conto della condotta addebitata al ricorrente" e che manca la rappresentazione del male ingiusto e del vantaggio economico perseguito, l'uno e l'altro, invece, precisamente indicati dai giudici di merito (minacce di morte o di gravi ritorsioni al fine di ottenere il pagamento del credito a natura usuraria).

3.4. Infondata è l'eccezione di inutilizzabilità delle dichiarazioni della persona offesa erga omnes, ai sensi dell'art. 63, comma 2, del codice di rito.

La norma invocata non risulta affatto pertenente nel caso di specie: secondo la stessa prospettazione difensiva, i presunti delitti di falso in scrittura privata in danno della moglie e della sorella sarebbero emersi solo nel corso della denuncia orale, perchè riferiti dallo stesso B., la cui iniziale audizione come persona sottoposta alle indagini non era in alcun modo ipotizzabile.

Anche a voler prescindere dalle questioni inerenti alla procedibilità dei delitti ed al collegamento probatorio fra gli stessi e quelli denunciati (pure esaminate dal primo giudice con adeguate argomentazioni), è evidente che semmai, in astratto, la difesa avrebbe potuto porre il diverso problema relativo alla veste con la quale B. è stato successivamente sentito (come persona informata sui fatti).

Tale questione, però, non è stata posta in questa sede nè il ricorrente, invero, l'avrebbe potuta porre, avendo scelto il giudizio allo stato degli atti.

Il motivo è inammissibile anche per genericità, non avendo la difesa specificamente indicato il valore decisivo delle dichiarazioni della persona offesa in ordine ai capi e punti oggetto del ricorso, anche a fronte dei rilievi dei giudici di merito circa il carattere confessorio di molte intercettazioni, che non di rado permetterebbero "di prescindere dal dato probatorio dichiarativo".

Secondo il diritto vivente, nella ipotesi in cui con il ricorso per cassazione si lamenti l'inutilizzabilità di un elemento a carico, il motivo di impugnazione deve illustrare, a pena di inammissibilità per aspecificità, l'incidenza dell'eventuale eliminazione del predetto elemento ai fini della cosiddetta "prova di resistenza", in quanto gli elementi di prova acquisiti illegittimamente diventano irrilevanti ed ininfluenti se, nonostante la loro espunzione, le residue risultanze risultino sufficienti a giustificare l'identico convincimento (Sez. 2, n. 30271 del 11/05/2017, De Matteis, Rv. 270303; Sez. 2, n. 7986 del 18/11/2016, dep. 2017, La Gumina, Rv. 269218; Sez. 3, n. 3207 del 02/10/2014, dep. 2015, Calabrese, Rv. 262011; Sez. 2, n. 41396 del 16/09/2014, Arena, Rv. 260678; Sez. 6, n. 18764 del 05/02/2014, Barilari, Rv. 259452).

3.5. Manifestamente infondato è anche il motivo in tema di trattamento sanzionatorio.

La difesa ha invocato "la totale incensuratezza" del ricorrente e, genericamente, "la minima lesione ai beni tutelati (persona e patrimonio)": la seconda affermazione è generica ed apodittica, la prima è smentita dai precedenti penali richiamati dal primo giudice, che pure, vista l'epoca e la natura degli stessi, ha ritenuto di riconoscere le attenuanti generiche con giudizio di equivalenza rispetto alla circostanza aggravante prevista dall'art. 644 c.p., comma 5, n. 4.

La sentenza impugnata ha fatto riferimento alla pluralità di condotte usurarie che denotano la sistematica attività delittuosa dall'imputato, in collegamento con ambienti e soggetti di rilevante pericolosità, confermando così il giudizio di equivalenza fra le attenuanti generiche e la suddetta aggravante, soggetta a bilanciamento. Secondo il diritto vivente (da ultimo v. Sez. 2, n. 31543 dell'8/6/2017, Pennelli, Rv. 270450) "le statuizioni relative al giudizio di comparazione tra opposte circostanze, implicando una valutazione discrezionale tipica del giudizio di merito, sfuggono al sindacato di legittimità qualora non siano frutto di mero arbitrio o di ragionamento illogico e siano sorrette da sufficiente motivazione, tale dovendo ritenersi quella che, per giustificare la soluzione dell'equivalenza, si sia limitata a ritenerla la più idonea a realizzare l'adeguatezza della pena irrogata in concreto" (in precedenza v. Sez. U., n. 10713 del 25/2/2010, Contaldo, Rv. 245931).

Il ricorrente si è limitato a contestare la determinazione della pena base in misura superiore al minimo edittale, ma il primo giudice ha comunque contenuto la stessa, determinandola in quattro anni e sei mesi di reclusione e 13.500 Euro di multa, in misura largamente inferiore a quella media (sei anni di reclusione e 17.500 Euro di multa), richiamando i criteri di cui all'art. 133 cod. pen.; peraltro, secondo costante giurisprudenza è consentita al giudice di merito redigere una motivazione sintetica (con l'utilizzo di espressioni del tipo: "pena congrua", "pena equa"), quando non si discosti molto dal minimo edittale (fra le ultime v. Sez. 2, n. 36104 del 27/4/2017, Mastro, Rv. 271243, nonchè Sez. 3, n. 6877 del 26/10/2016, dep. 2017, S., Rv. 269196).

4. Anche il ricorso di C.F., fratello di C.G.A., è inammissibile.

4.1. Non può essere in questa sede valutata la prima parte del primo motivo di ricorso, con la quale si denuncia violazione di legge per non avere la Corte configurato il reato di favoreggiamento personale in luogo di quello di concorso nell'usura, trattandosi di motivo non proposto con l'atto di appello. Va in proposito ribadito che non possono essere dedotte con il ricorso per cassazione questioni sulle quali il giudice di appello abbia correttamente omesso di pronunciare perchè non devolute alla sua cognizione, ad eccezione di quelle rilevabili di ufficio in ogni stato e grado del giudizio e di quelle che non sarebbe stato possibile proporre in precedenza (Sez. 2, n. 29707 del 08/03/2017, Galdi, Rv. 270316; Sez. 2, n. 13826 del 17/02/2017, Bolognese, Rv. 269745; Sez. 2, n. 8890 del 31/01/2017, Li Vigni, Rv. 269368, proprio in tema di diversa qualificazione giuridica del fatto; Sez. 3, n. 16610 del 24/01/2017, Costa, Rv. 269632; Sez. 2, n. 6131 del 29/01/2016, Menna, Rv. 266202).

Il principio trova la sua ratio nella necessità di evitare che possa sempre essere rilevato un difetto di motivazione della sentenza di secondo grado con riguardo ad un punto del ricorso non investito dal controllo della Corte di appello, perchè non segnalato con i motivi di gravame.

L'esame del motivo nella parte in cui, limitatamente al reato di usura sub D), si deduce travisamento della prova e motivazione contraddittoria e illogica (per non avere la Corte illustrato le ragioni per le quali ha valorizzato le dichiarazioni della persona offesa rese nel verbale di s.i.t. del 30/8/2014, asseritamente contrastanti con quelle del verbale di s.i.t. del 7/7/2014), è precluso perchè proposto anch'esso in violazione del principio di autosufficienza: i relativi verbali sono indicati quali "allegati all'informativa del RONI di Vibo Valentia e contenuti nel fascicolo principale".

In ogni caso il motivo è generico perchè si prospetta una presunta inconciliabilità fra le due versioni dei fatti sollecitando un confronto fra i due verbali.

Ed ancora, è evidente come non di travisamento della prova si tratterebbe (il giudice non ha fondato il proprio convincimento su una prova che non esiste o su un risultato di prova incontestabilmente diverso da quello reale), ma di una diversa valutazione del complessivo materiale probatorio.

Infine, con specifico riferimento al reato sub D), il primo giudice, citando e riportando numerosissime conversazioni intercettate, ha evidenziato che le dichiarazioni rese dalla persona offesa il 30/8/2014 costituirono soltanto la "conferma degli esiti captativi (...) dai quali emerge la perfetta condivisione da parte di C.F. degli stessi affari usurari gestiti in prima persona dal fratello G.A. ai danni del B." (pag. 146).

La Corte territoriale, aderendo alle argomentazioni del G.i.p., ha comunque implicitamente disatteso la specifica doglianza proposta con l'appello, pure ampiamente riportata (pag. 5).

4.2. Il secondo motivo, inerente alla erronea individuazione del ricorrente quale l'autore di alcune conversazioni intercettate il 19 e 20 giugno 2014, è privo di pregio per un aspetto dirimente, costituito dalla novità dell'unica argomentazione svolta sul punto con il ricorso: "l'utenza telefonica captata non è intestata o riconducibile al C.F.".

Il G.i.p., richiamando esemplificativamente le telefonate citate nel ricorso e riferendosi a C.F., aveva espressamente evidenziato che le stesse erano avvenute "sull'utenza a lui intestata" e che in alcune gli interlocutori erano i due fratelli (pag. 10).

Nell'atto di appello la correttezza della individuazione era contestata sotto altri profili, senza tuttavia mettere in dubbio l'intestazione dell'utenza a C.F., come fatto invece in ricorso, peraltro in modo apodittico, generico, senza neppure alcun richiamo ad un risultato probatorio.

4.3. Per il terzo ed il quarto motivo, riguardanti rispettivamente la dedotta inutilizzabilità delle dichiarazioni della persona offesa ed il trattamento sanzionatorio, valgono le medesime considerazioni svolte in precedenza per la posizione di C.G.A., in quanto i motivi proposti sono identici.

5. Il ricorso di P.D. è inammissibile perchè contrasta con i principi già richiamati; in particolare esso non ha assolto l'onere di enunciare motivi specifici ed autosufficienti, che non sollecitino nel contempo alla Corte di legittimità una rilettura delle prove poste a fondamento della decisione:

La difesa contesta genericamente l'attendibilità della persona offesa, sintetizzandone solo alcune dichiarazioni, peraltro in larga parte estranee al nucleo centrale del racconto.

Il giudizio di inattendibilità di B., espresso dal ricorrente, poggia in buona parte su pregresse vicende che sono precedenti a quelle oggetto del presente giudizio: il "vissuto" della persona offesa dovrebbe essere censurato perchè la stessa, quando era agente di commercio di preziosi, aveva denunciato diversi furti, lasciando in un'occasione l'oro nel cofano della propria autovettura; poi B. avrebbe intrapreso una diversa attività commerciale intestando "fraudolentemente" il negozio alla moglie.

Trattasi di deduzioni, peraltro di merito, irrilevanti, al pari di quella inerente alla falsificazione della firma della sorella su un assegno, dallo stesso B. riferita, elemento inidoneo ad inficiare la precisione e la coerenza del racconto della persona offesa, nella ricostruzione dei giudici di merito, che sul punto hanno fornito un'adeguata motivazione, con argomentazioni prive di illogicità, tantomeno manifeste, e di contraddittorietà.

Il G.i.p. prima ed il Tribunale poi hanno evidenziato soprattutto che il contenuto di numerose conversazioni intercettate costituisce il fondamento della prova acquisita a carico del ricorrente per i reati di usura e tentata estorsione per i quali è stato condannato.

Sul punto la difesa si è limitata a dedurre che, nel momento in cui furono disposte ed eseguite le intercettazioni, B. aveva già presentato la denuncia ed era ben consapevole dell'investigazione in atto, circostanza che tuttavia non fa venir meno la estrema significatività della affermazioni fatte (anche) da P., frutto non di induzione o manipolazione, ma di inequivoche autonome espressioni, che si trovano peraltro in varie conversazioni nelle quali non compariva B. quale interlocutore.

Senza fondamento, poi, nel ricorso si è sostenuto che il nominativo di P. fu indicato da B. "come presunto erogatore delle somme solo in un secondo momento": infatti già nella prima denuncia del 10/6/2014, riportata nella sentenza del G.i.p., la persona offesa riferì di avere appreso da C.A. che il finanziatore era "tale P.A.", abitante in (OMISSIS), anche se fino a quel momento egli non aveva avuto contatti con lui.

6. Il ricorso di F.S. - come detto - ha identico contenuto di quello proposto nell'interesse di P.D., anche se i delitti per i quali è stato condannato si riferiscono a fatti distinti e sono stati contestati in diversi capi d'imputazione: i due, pertanto, non sono stati concorrenti nei medesimi reati e la circostanza che invece i ricorsi abbiano il medesimo contenuto evidenzia la genericità delle impugnazioni, che non si sono confrontate con le specifiche argomentazioni della Corte territoriale, che ha esaminato separatamente le posizioni di F. e P..

Anche in questo caso la difesa ha affermato che il nominativo di F. fu indicato da B. "come presunto erogatore delle somme solo in un secondo momento", affermazione che contrasta con quanto risulta dalla prima denuncia, riportata nella sentenza del G.i.p., laddove la persona offesa riferì di avere saputo successivamente da C. che il soggetto erogatore del prestito era F., soggetto da lui conosciuto.

Per le altre deduzioni si richiamano le osservazioni svolte trattando del ricorso di P., stante la sovrapponibilità delle due impugnazioni.

7. Anche il ricorso di M.A. risulta generico e volto a proporre una diversa lettura delle prove acquisite.

La Corte territoriale, diversamente da quanto sostenuto dal ricorrente, ha riportato, esaminato e valutato le censure proposte con l'atto di appello, in larga parte reiterate in questa sede.

7.1. La precisa circostanza della diretta consegna della somma di 2.000 Euro da M. a B. non può essere svalutata sol perchè smentita dalle dichiarazioni rese dal coimputato C.A.G., la cui lunga conversazione ambientale, svoltasi nella sua autovettura proprio con il ricorrente, è stata dai giudici di merito valorizzata per ritenere dimostrato che l'erogatore del prestito a tassi usurari, ben consapevole della illecita pattuizione, fosse M.A..

Vari altri sono i dialoghi, ampiamente riportati nella sentenza di primo grado, che nella ricostruzione del G.i.p., confermata dalla Corte di appello, dimostrano autonomamente detto ruolo di M., oltre a riscontrare la genuinità delle dichiarazioni di B.; fra i più significativi sono stati evidenziati quello del 16/7/2014 fra la persona offesa ed C.A., quello fra quest'ultimo e la moglie del 24/8/2014 e quello fra lo stesso C. ed il fratello F. del 2/9/2014.

Sul punto il ricorso è estremamente generico, essendosi soltanto dedotto, a proposito delle conversazioni intercettate nel caso concreto, che "in numerosi casi risultano essere in contrasto tra loro o rispetto alle dichiarazioni della persona offesa, che conseguentemente sono inficiate".

7.2. Il motivo inerente alla insussistenza dell'aggravante ex art. 644 c.p., comma 5, n. 4, è manifestamente infondato.

Il ricorrente ha sostenuto che B. non ha mai utilizzato il denaro ricevuto dagli usurai per far fronte alle difficoltà economiche della propria impresa.

La circostanza, peraltro genericamente dedotta, è comunque priva di rilievo, poichè l'aggravante prevista dall'art. 644 c.p., comma 5, n. 4, è configurabile per il solo fatto che la persona offesa eserciti una delle attività protette, a nulla rilevando che il finanziamento corrisposto dietro la promessa o la dazione di interessi usurari non abbia alcuna attinenza con le predette attività. In proposito ribadisce il Collegio un orientamento già espresso dalla Suprema Corte: "la norma mira a tutelare in maniera particolare categorie più esposte con la conseguenza che l'aggravante scatta per il fatto stesso che la parte offesa esercita attività imprenditoriale, professionale o artigianale. Una diversa interpretazione rischierebbe di svalutare le esigenze, sottese alla norma, di protezione di categorie maggiormente esposte al rischio di usura" (Sez. 2, n. 25328 del 22/03/2011, Del Sordo, Rv. 250759).

7.3. Il motivo in tema di trattamento sanzionatorio è generico e comunque manifestamente infondato.

Il ricorrente argomenta in larga parte in ordine alla funzione delle attenuanti generiche, nel caso di specie già riconosciute dal primo giudice.

La Corte, sulla base di una specifica per quanto sintetica motivazione, ha confermato il giudizio di equivalenza fra le attenuanti generiche e la suddetta aggravante, con una valutazione discrezionale tipica del giudizio di merito che come già evidenziato trattando della posizione del primo ricorrente - sfugge al sindacato di legittimità.

Nel ricorso, poi, non si prospettano argomentazioni meritevoli di valutazione in ordine al corretto esercizio del potere discrezionale previsto dall'art. 132 cod. pen. da parte della Corte territoriale, che ha motivato in ordine alla determinazione della pena in misura non lontana dal minimo edittale, ma non coincidente con lo stesso, avuto riguardo ai precedenti penali di M. ed alla gravità della condotta.

E' inammissibile la censura che, nel giudizio di cassazione, miri ad una nuova valutazione della congruità della pena la cui determinazione non sia frutto di mero arbitrio o di ragionamento illogico (Sez. 3, n. 6877 del 26/10/2016, dep. 201.7, S., Rv. 269196; Sez. 5, n. 5582 del 30/09/2013, dep. 2014, Ferrario, Rv. 259142; Sez. 3, n. 1182 del 17/10/2007, dep. 2008, Cilia, Rv. 238851).

8. Il ricorso di Fr.Gi. è inammissibile per manifesta infondatezza dei motivi.

La sentenza impugnata ha esaminato i motivi di appello ed ha disatteso le censure difensive in modo sintetico, alle luce delle ampie argomentazioni del primo giudice, che la Corte territoriale ha ritenuto di condividere con motivazione comunque presente ed autonoma, per nulla illogica o contraddittoria, ribadendo che la piena prova del ruolo svolto da Fr. quale erogatore del capitale prestato a tassi usurari si evinceva dalla complessiva valutazione delle costanti e coerenti dichiarazioni rese da B., dal tenore di numerose conversazioni intercettate e dal contenuto della scrittura privata rinvenuta e sequestrata presso l'abitazione di C.F..

Il ricorrente ritiene "non sufficiente" la dichiarazione della persona offesa in ordine al ruolo di erogatore del prestito usurario di Fr. in quanto la stessa non lo conosceva personalmente e non lo aveva mai visto al momento della concessione del prestito, del pagamento degli interessi o della redazione della scrittura privata: trattasi di deduzione non logica, che non inficia la valutazione di attendibilità di B. espressa dai giudici di merito, i quali hanno ricordato come egli riferì di avere appreso da F. e da C.A. che i capitali erogati provenivano da Fr..

Il G.i.p. ha riportato una serie numerosissima di conversazioni intercettate, commentandole e valutandone il contenuto in modo logico, come ritenuto anche dal giudice di appello, con argomentazioni con le quali la difesa si è confrontata in minima parte.

Oltre ai dialoghi nei quali Fr. era il diretto interlocutore, il primo giudice ne ha richiamato altri dai quali il ruolo del ricorrente, così come riferito dai concorrenti nel reato, emergeva inequivocamente: in modo logico il G.i.p. ha evidenziato, disattendendo un'argomentazione difensiva, che i fratelli C., parlando fra loro e non con la persona offesa, non avevano alcun motivo per millantare ed inventare un inesistente ruolo di finanziatore in capo a Fr., individuato anche nel corso di servizi di osservazione, pedinamento e controllo.

Un rilevante riscontro all'attendibilità delle dichiarazioni della persona offesa e nel contempo un'autonoma dimostrazione del coinvolgimento del ricorrente sono stati dal G.i.p. indicati nell'episodio avvenuto il 20/6/2014: B. incontrò C.A. e F., che gli disse di avere contattato telefonicamente Fr. per rassicurarlo in merito alla imminente estinzione del debito da parte dello stesso B.; in effetti alle 11.25 di quel giorno fu intercettata una telefonata fatta da F. a Fr.. In realtà quello stesso pomeriggio B. si rese irreperibile, scatenando le ira dei tre correi, che iniziarono a sentirsi freneticamente per rintracciarlo, chiamando con insistenza la moglie del debitore.

La difesa ha richiamato genericamente un paio di frasi da due conversazioni intercettate, trascurandò il contenuto di molte altre, ed ha sostenuto che la conversazione captata il 26/6/2014 all'interno dell'autovettura in uso a C.G.A. dimostrerebbe l'estraneità di Fr. alla vicenda usuraria (quando Pasquale disse a C. che G. non aveva "mangiato nè bevuto").

Questa conclusione, invero, è frutto della valutazione di una frase, estrapolata dal contesto, alla quale il G.i.p. ha fornito una ben diversa interpretazione, con una motivazione non sindacabile in quanto non illogica nè arbitraria e coordinata con il restante ampio materiale risultante dalle operazioni di intercettazione: Fr., uno dei finanziatori, dopo avere erogato il capitale, non aveva ancora percepito gli interessi.

Detta interpretazione risulta coerente con i ricordati eventi del 20/6/2014 ed anche con il contenuto della scrittura privata, firmata da B., nella quale la moglie dello stesso figurava debitrice della somma di 25.000 Euro, ricevuta "in prestito dagli amici Fr.Gi., F.S., C.A. senza alcuna richiesta di interessi, ma solo in virtù di amicizia (...) ripeto senza nessuna richiesta si nemmeno un minimo di interessi".

Con motivazione adeguata i giudici di merito hanno escluso, anche alla luce del restante materiale probatorio, che Fr.Gi. potesse essere stato indicato nella scrittura come uno dei creditori per i prestiti a tassi usurari, "a sua insaputa", senza che in realtà egli lo fosse.

E' tutt'altro che illogica la motivazione con la quale il primo giudice ha sostenuto che detta scrittura, "lungi dall'avere un contenuto liberatorio, dimostra palesemente, analizzando il suo tenore letterale, la mala fede degli imputati e la volontà dei medesimi di ammantare di una apparente - anche se maldestra veste di legalità il prestito usurario concesso".

9. I ricorsi, dunque, sono tutti inammissibili.

All'inammissibilità delle impugnazioni proposte segue, ai sensi dell'art. 616 cod. proc. pen., la condanna dei ricorrenti al pagamento delle spese del procedimento nonchè, ravvisandosi profili di colpa nella determinazione della causa di inammissibilità, al pagamento in favore della cassa delle ammende della somma di Euro 2.000 ciascuno, così equitativamente fissata in ragione dei motivi dedotti.

P.Q.M.
Dichiara inammissibili i ricorsi proposti e condanna i ricorrenti al pagamento delle spese processuali e della somma di Euro duemila ciascuno a favore della cassa delle ammende.

Così deciso in Roma, il 4 luglio 2018.

Depositato in Cancelleria il 12 luglio 2018

Usura: se la persona offesa esercita un'attività imprenditoriale il reato è aggravato

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