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Cassazione penale sez. IV, 11/10/2023, (ud. 11/10/2023, dep. 18/10/2023), n.42463

L'acquirente di modiche quantità di sostanza stupefacente, nei cui confronti non siano emersi elementi indizianti di uso non personale, deve essere sentito nel corso delle indagini preliminari come persona informata dei fatti, essendo irrilevante, a tal fine, che egli possa essere soggetto a sanzione amministrativa per l'uso personale (per tutte: Sez. U, n. 21832 del 22/02/2007, Morea, Rv. 236370).
Ne consegue che le dichiarazioni rese dagli assuntori di sostanze sono pienamente utilizzabili ai fini della decisione, tanto più in un giudizio che si è svolto nelle forme del giudizio abbreviato.

La sentenza integrale

RITENUTO IN FATTO
1. Con sentenza in data 30 novembre 2022 la Corte di appello di Trieste ha riformato in parte la sentenza pronunciata il 9 novembre 2020, all'esito di giudizio abbreviato, dal G.u.p. del Tribunale di Udine.

In particolare, per quanto qui interessa, la Corte di appello ha confermato l'affermazione della penale responsabilità di S.G., D.M.C. e M.P. per i reati di seguito elencati.

S.G. è stato ritenuto responsabile:

- capo 1), del reato di cui all'art. 81 c.p., comma 2, art. 110 c.p. e D.P.R. n. 309 del 1990, art. 73, commesso "in (Omissis)", dal mese di (Omissis), gestendo, in concorso con D.M.C., M.P. e C.V. (quest'ultimo separatamente giudicato), una attività di spaccio "continuativa e organizzata"; in particolare: cedendo cocaina a C.G. per 10 o 15 volte, al prezzo di 50 o 100 Euro; cedendo a E.D. dosi di cocaina di un grammo ciascuna, al prezzo totale di 600 Euro; cedendo a G.G. dosi di cocaina di un grammo ciascuna, al prezzo di 100 Euro; cedendo a M.C., per due volte, un grammo di cocaina al prezzo totale di 150 Euro e consegnandogli a titolo gratuito una dose di prova; cedendo a L.D. quantitativi pari a 0,8 grammi per volta di cocaina al prezzo di 80-90 Euro ciascuno e, in una occasione, offrendogliene una "riga" a titolo gratuito.

- capo 5), del reato di cui all'art. 81 c.p., comma 2, art. 110 c.p. e D.P.R. n. 309 del 1990, art. 73, accertato il (Omissis), acquistando, in concorso con C.V. (nei cui confronti si è proceduto separatamente), grammi 49,725 di cocaina (con percentuale media di principio attivo del 78,5%).

- capo 6), del reato di cui all'art. 81 c.p., comma 2, art. 110 c.p. e D.P.R. n. 309 del 1990, art. 73, accertato il (Omissis), acquistando, in concorso con D.A. e T.A. (nei cui confronti si è proceduto separatamente), sei involucri contenenti in tutto 68,3 grammi di cocaina (con percentuale media di principio attivo variabile tra il 36 e il 54%)

D.M.C. è stato ritenuto responsabile:

- capo 3), del reato di cui all'art. 81 c.p., comma 2 e art. 110 c.p. e art. 73 D.P.R. cit., commesso "in (Omissis)", dal mese di maggio al mese di settembre del 2016, cedendo a C.G., per 3 o 4 volte a settimana, dosi di cocaina di mezzo grammo o un grammo per volta al prezzo rispettivamente di 50 o 100 Euro. Questo fatto è stato qualificato, già in primo grado, come violazione del D.P.R. n. 309 del 1990, art. 73, comma 5.

M.P. è stato ritenuto responsabile:

- capo 4), del reato di cui all'art. 81 c.p., comma 2, art. 110 c.p. e art. 73 D.P.R. cit., commesso "in Udine e Lignano", dal mese di giugno al mese di ottobre del 2016, cedendo cocaina ad B.A.: in due occasioni, a titolo gratuito; per circa tre o quattro volte, in dosi di un grammo, al prezzo di 90 Euro ciascuna; per circa sei o sette volte, in dosi di un grammo, al prezzo di 90 Euro ciascuna. Questo fatto è stato qualificato, già in primo grado, come violazione del D.P.R. n. 309 del 1990, art. 73, comma 5.

Al capo 4 era stato contestato a M. anche di aver ceduto una dose di cocaina ad S.A., ma da questa imputazione M. è stato assolto in grado di appello per non aver commesso il fatto.

2. Contro la sentenza della Corte di appello, hanno proposto tempestivo ricorso per mezzo dei rispettivi difensori S.G., D.M.C. e M.P..

3. Il ricorso proposto nell'interesse di S.G. e D.M.C. dal comune difensore si articola in tre motivi.

3.1. Col primo motivo, comune a entrambi i ricorrenti, il difensore lamenta violazione di legge e vizi di motivazione quanto all'affermazione della penale responsabilità essendo la stessa stata fondata, in assenza di riscontri obiettivi, sulle dichiarazioni degli assuntori di sostanza stupefacente. Secondo la difesa, gli assuntori di sostanza stupefacente avrebbero dovuto essere sentiti nelle forme di cui all'art. 210 c.p.p. e sono stati invece sentiti quali persone informate dei fatti sicché le loro dichiarazioni sarebbero inficiate da inutilizzabilità patologica e, in ogni caso, in assenza di riscontri, non potrebbero essere poste a fondamento dell'affermazione della penale responsabilità. Questa argomentazione è sviluppata, in particolare, con riferimento alle dichiarazioni rese da D.L.. La difesa riferisce che la D., sottoposta ad indagini per reati in materia di stupefacenti, dopo essersi avvalsa della facoltà di non rispondere nel corso di un interrogatorio, avrebbe consegnato agli inquirenti un foglio manoscritto contenente indicazioni sulla base delle quali sarebbe stato possibile risalire agli odierni imputati e sostiene che le indicazioni contenute in quel foglio (contenente in sostanza una chiamata in correità) non sono state valutate unitamente a riscontri esterni che ne confermassero l'attendibilità come sarebbe stato doveroso.

3.2. Col secondo motivo, che riguarda specificamente la posizione di D.M.C., la difesa lamenta violazione di legge e vizi di motivazione per essere state ritenute sufficienti ai fini dell'affermazione della responsabilità dell'imputato le dichiarazioni rese da C.G.. La difesa si duole che la sentenza impugnata non abbia compiuto alcun vaglio di attendibilità di tali dichiarazioni e non abbia risposto alle censure formulate a questo riguardo nell'atto di gravame.

3.3. Col terzo motivo, riguardante il solo D.M.C., la difesa lamenta violazione dell'art. 168 c.p. Sostiene che la Corte di appello ha revocato il beneficio della sospensione condizionale della pena concesso a D.M. con la sentenza del G.i.p. del Tribunale di Udine del 17 ottobre 2018 (irrevocabile il 4 novembre 2018) in assenza dei presupposti di legge e senza avere competenza in tal senso.

4. Il ricorso proposto nell'interesse di M.P. si articola in tre motivi.

4.1. Col primo motivo, il ricorrente deduce violazione di legge e vizi di motivazione con riferimento all'affermazione della responsabilità. Sostiene, in particolare, che la Corte territoriale avrebbe illogicamente escluso l'uso di gruppo omettendo di considerare che M. e la B. erano all'epoca sentimentalmente legati e, per questo, consumavano insieme sostanza stupefacente. La motivazione della sentenza impugnata è considerata illogica nella parte in cui sostiene che all'epoca dei fatti la B. era sentimentalmente legata ad altra persona. La difesa osserva, infatti, che due contemporanee relazioni sentimentali non possono essere escluse sicché le argomentazioni sviluppate dalla Corte territoriale non sono idonee a contrastare la tesi difensiva.

4.2. Col secondo motivo, la difesa deduce vizi di motivazione quanto alla interpretazione del contenuto delle conversazioni intercorse tra la B. e M. aventi ad oggetto l'acquisto di "limoni". Sostiene che, secondo la tesi difensiva, si trattava di pastiglie stimolanti e, poiché non vi è stato alcun accertamento tossicologico, non è noto se si trattasse di sostanza tabellata.

4.3. Col terzo motivo, la difesa deduce vizi di motivazione per essere state ritenute attendibili le dichiarazioni accusatorie rese dalla B. pur in assenza di riscontri oggettivi.

5. Con memoria scritta tempestivamente depositata il Procuratore generale ha chiesto dichiararsi l'inammissibilità di tutti i ricorsi.

CONSIDERATO IN DIRITTO
1. I motivi di ricorso non superano il vaglio di ammissibilità.

2. Si deve subito rilevare che gli acquirenti della sostanza stupefacente ( C.G., E.D., G.G., M.C. e L.D. per quanto riguarda S.; C.G. per quanto riguarda D.M.; B.A. per quanto riguarda M.) non risultano essere stati mai indagati nel procedimento e, per questo, sono stati assunti a sommarie informazioni testimoniali. I difensori non chiariscono per quali ragioni le persone indicate avrebbero dovuto essere indagate, sicché i ricorsi si appalesano generici sia nella parte in cui sostengono l'inutilizzabilità dei verbali di sommarie informazioni testimoniali sia nella parte in cui si dolgono della mancanza di riscontri.

Si osserva in proposito che l'acquirente di modiche quantità di sostanza stupefacente, nei cui confronti non siano emersi elementi indizianti di uso non personale, deve essere sentito nel corso delle indagini preliminari come persona informata dei fatti, essendo irrilevante, a tal fine, che egli possa essere soggetto a sanzione amministrativa per l'uso personale (per tutte: Sez. U, n. 21832 del 22/02/2007, Morea, Rv. 236370). Ne consegue che le dichiarazioni rese dagli assuntori di sostanze sono pienamente utilizzabili ai fini della decisione, tanto più in un giudizio che - come nel caso di specie - si è svolto nelle forme del giudizio abbreviato.

Tale principio è stato recentemente ribadito anche alla luce della giurisprudenza costituzionale e dei principi convenzionali. Si è sottolineato, infatti, che le dichiarazioni rese nel corso delle indagini preliminari, in qualità di persona informata dei fatti, dall'acquirente di modiche quantità di sostanza stupefacente, nei cui confronti non siano emersi elementi indizianti di un uso non personale, sono utilizzabili in giudizio "dal momento che - come affermato dalla sentenza della Corte Cost. n. 148 del 2022 - le sanzioni previste dal D.P.R. 9 ottobre 1990, n. 309, art. 75, comma 1, non hanno natura punitiva, ma preventiva, sicché non è applicabile il principio espresso, in tema di diritto al silenzio nell'ambito di procedimenti amministrativi funzionali all'irrogazione di sanzioni di natura punitiva, dalla Corte di giustizia con sentenza 2 febbraio 2021 (causa C-481/19 D.B. contro Consob)" (Sez. 2, n. 47081 del 04/10/2022, Campione, Rv. 284191).

Trattandosi di dichiarazioni testimoniali, non trova applicazione la disposizione dell'art. 192 c.p.p., commi 3 e 4. Ne consegue la manifesta infondatezza del primo e del secondo motivo del ricorso proposto nell'interesse di S.G. e D.M.C. e del terzo motivo del ricorso proposto nell'interesse dui M.P..

3. Il primo motivo del ricorso proposto nell'interesse di S.G. e D.M.C. è inammissibile perché aspecifico e non autosufficiente nella parte in cui fa riferimento a un foglio che D.L. avrebbe consegnato agli operanti; documento grazie al quale gli inquirenti sarebbero risaliti agli odierni imputati. La sentenza impugnata spiega, infatti, che "l'atteggiamento della D., non è significativo nell'ambito del presente processo" perché gli elementi di prova acquisiti a carico degli imputati sono costituiti dalle dichiarazioni degli acquirenti e dall'esito di intercettazioni. La difesa non si confronta con tali argomentazioni e non chiarisce quali elementi di prova la D. avrebbe fornito e in che modo gli stessi siano stati utilizzati ai fini della decisione.

4. Il primo e il secondo motivo del ricorso proposto nell'interesse di M.P. sono inammissibili perché generici. Le sentenze di primo e secondo grado - che possono essere lette congiuntamente e costituiscono un unico complessivo corpo decisionale (Sez. 2, n. 37295 del 12/06/2019, E., Rv. 277218; Sez. 3, n. 44418 del 16/07/2013, Argentieri, Rv. 257595) - chiariscono che, nel caso di specie, il consumo di gruppo non è ipotizzabile perché dalle dichiarazioni rese dalla B. e dal contenuto delle intercettazioni emerge che M. cedette cocaina alla B. dietro versamento di corrispettivo. A differenza di quanto sostenuto dal ricorrente, dunque, l'uso di gruppo non è stato escluso soltanto sulla base della constatazione che, all'epoca dei fatti, la relazione tra la B. e M. era conclusa, ma anche alla luce delle conversazioni intercettate. Ed invero, "il c.d. consumo di gruppo di sostanze stupefacenti, sia nell'ipotesi di acquisto congiunto, che in quella di mandato all'acquisto collettivo ad uno dei consumatori, non è penalmente rilevante, ma integra l'illecito amministrativo sanzionato dall'art. 75 stesso D.P.R., a condizione che: a) l'acquirente sia uno degli assuntori; b) l'acquisto avvenga sin dall'inizio per conto degli altri componenti del gruppo; c) sia certa sin dall'inizio l'identità dei mandanti e la loro manifesta volontà di procurarsi la sostanza per mezzo di uno dei compartecipi, contribuendo anche finanziariamente all'acquisto" (Sez. U, n. 25401 del 31/01/2013, Galluccio, Rv. 255258). A ciò deve aggiungersi che l'uso di gruppo non punibile deve essere escluso in radice per il fornitore anche se questi assume, insieme con il cessionario, parte della sostanza ceduta. Vi è infatti una "netta separazione tra la condotta di chi vende, sempre penalmente rilevante, e quella di chi acquista e detiene sin da subito per conto del gruppo" (Sez. 3, n. 6871 del 08/07/2016, dep. 2017, Bandera, Rv. 269148).

4.1. Col secondo motivo la difesa di M.P. sostiene che, nel valutare il contenuto delle intercettazioni telefoniche, i giudici di merito sarebbero incorsi in errore. Avrebbero ritenuto, infatti, che l'espressione "limoni" facesse riferimento a sostanze stupefacenti, mentre si trattava di pastiglie stimolanti prive di efficacia drogante. A questo proposito è sufficiente osservare che il motivo non è autosufficiente non essendo stato specificato a quale conversazione si faccia riferimento e sulla base di quali elementi sarebbe possibile sostenere che, in quella conversazione, M. stia parlando di pastiglie liberamente vendute su internet.

5. Resta da esaminare il motivo di ricorso col quale D.M.C. si duole della revoca della sospensione condizionale della pena di anni due di reclusione inflitta dal G.i.p. del Tribunale di Udine con sentenza del 17 ottobre 2018 divenuta irrevocabile il 4 novembre 2018. La doglianza è manifestamente infondata: la sospensione condizionale era stata disposta con riferimento alla pena inflitta per un delitto (art. 582 c.p.) commesso il (Omissis); i fatti dei quali D.M. è stato ritenuto responsabile dalla Corte di appello sono stati commessi dalla fine del mese di (Omissis) e la sentenza impugnata ha determinato la pena in anni uno di reclusione ed Euro 1.400 di multa. Pertanto, è stata fatta corretta applicazione dell'art. 168 c.p., comma 1 n. 2), in base al quale la sospensione condizionale della pena deve essere revocata se il condannato riporta una nuova condanna per un delitto anteriormente commesso a pena che, cumulata a quella precedentemente sospesa, supera i limiti stabiliti dall'art. 163 c.p..

A questo proposito è utile ricordare che il provvedimento di revoca della sospensione condizionale della pena previsto dal dell'art. 168 c.p., comma 1. - a differenza di quello previsto dall'art. 168, comma 2 - ha natura dichiarativa. Ne consegue che "gli effetti di diritto sostanziale risalgono "de jure" al momento in cui si è verificata la condizione, anche prima della pronuncia giudiziale e indipendentemente da essa". Il provvedimento di revoca, dunque, non è che un atto ricognitivo della caducazione del beneficio che avviene "ope legis" al momento del passaggio in giudicato della sentenza attinente al secondo reato. A differenza di quanto sostenuto dal ricorrente, questo fa sì che la revoca possa essere disposta anche dal giudice di appello senza contravvenire al divieto di "reformatio in peius". Il Giudice di appello, infatti, svolge in questo caso un'attività puramente ricognitiva e non discrezionale o valutativa e, per questo, anche se l'impugnazione è stata proposta dal solo imputato, ha il potere di revocare la sospensione condizionale concessa con altra sentenza irrevocabile in altro giudizio, negli stessi termini in cui tale potere è attribuito al giudice dell'esecuzione (Sez. U, n. 7551 del 08/04/1998, Cerroni, Rv. 210798; Sez. 1, n. 13011 del 11/03/2005, Tarisciotti, Rv. 231256; Sez. 1, n. 20293 del 08/05/2008, Di Rocco, Rv. 239996; Sez. 2, n. 37009 del 30/06/2016, Seck, Rv. 267913).

6. All'inammissibilità dei ricorsi consegue la condanna dei ricorrenti al pagamento delle spese processuali. Tenuto conto della sentenza della Corte costituzionale n. 186 del 13 giugno 2000 e rilevato che non sussistono elementi per ritenere che i ricorrenti non versassero in colpa nella determinazione della causàdi inammissibilità, deve essere disposto a carico di ciascuno di loro, a norma dell'art. 616 c.p.p., l'onere di versare la somma di Euro 3.000,00 in favore della Cassa delle ammende, somma così determinata in considerazione delle ragioni di inammissibilità.

P.Q.M.
Dichiara inammissibili i ricorsi e condanna i ricorrenti al pagamento delle spese processuali e della somma di Euro tremila ciascuno in favore della Cassa delle ammende.

Così deciso in Roma, il 11 ottobre 2023.

Depositato in Cancelleria il 18 ottobre 2023

Stupefacenti: l'acquirente di modiche quantità deve essere sentito nel corso delle indagini preliminari come persona informata dei fatti

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