Il denaro trovato in casa non può essere confiscato se l’imputazione riguarda solo la detenzione di droga (Cass. Pen. n. 8266/26)
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Massima
In tema di stupefacenti, quando l’imputato è condannato esclusivamente per detenzione ai fini di cessione ex art. 73 d.P.R. 309/1990 e non per vendita di sostanze stupefacenti, il denaro rinvenuto nella sua disponibilità non può essere confiscato ai sensi dell’art. 240 c.p. come profitto del reato, mancando il necessario rapporto di diretta derivazione causale tra la somma e il fatto oggetto di condanna; tale denaro può eventualmente essere oggetto di ablazione solo nell’ambito delle misure di confisca allargata o sproporzionata, ove ne ricorrano i presupposti.
1. Il punto centrale: il profitto deve derivare dal reato per cui si procede
La sentenza in argomento affronta un tema frequentemente controverso nei procedimenti per stupefacenti: la confiscabilità del denaro rinvenuto nella disponibilità dell’imputato.
La Corte ribadisce un principio consolidato:la confisca ex art. 240 c.p. presuppone che il bene costituisca profitto del reato oggetto di condanna.
Per profitto deve intendersi il vantaggio economico direttamente e immediatamente derivante dalla commissione del reato.
Ne deriva che il rapporto tra bene confiscato e reato deve essere:
diretto
immediato
causalmente collegato al fatto contestato
2. Detenzione ai fini di spaccio e vendita: due piani diversi
Nel caso esaminato, all’imputato era contestata esclusivamente la detenzione di cocaina ai fini di cessione.
La Corte chiarisce che questa fattispecie non implica necessariamente che una vendita sia già avvenuta.
Di conseguenza:
il denaro rinvenuto nella disponibilità dell’imputato
non può essere automaticamente qualificato come profitto del reato contestato
Anche se si ipotizzasse che tale somma derivi da precedenti attività di spaccio, essa costituirebbe il provento di altre condotte illecite, non del fatto oggetto del giudizio.
In mancanza di questo nesso diretto, la confisca ai sensi dell’art. 240 c.p. risulta illegittima.
3. Il requisito del nesso causale diretto
La Corte richiama l’orientamento secondo cui il profitto confiscabile deve essere il lucro immediatamente prodotto dal reato accertato.
Questo criterio esclude la possibilità di confiscare beni che:
derivino da condotte illecite diverse;
non siano causalmente collegati al fatto oggetto di condanna.
Il principio evita che la confisca si trasformi in una forma di ablazione generalizzata basata su una mera presunzione di provenienza illecita.
4. Quando il denaro può comunque essere confiscato
L’assenza del presupposto dell’art. 240 c.p. non esclude, tuttavia, ogni possibilità di ablazione.
La Corte osserva che la somma potrebbe eventualmente essere confiscata:
nell’ambito della confisca allargata;
oppure secondo il meccanismo della confisca per sproporzione.
Ciò richiede, tuttavia, una specifica verifica circa:
la sproporzione tra il denaro posseduto e i redditi leciti;
l’assenza di una giustificazione plausibile della provenienza.
Si tratta di presupposti autonomi, che devono essere oggetto di un accertamento distinto rispetto alla confisca del profitto del reato.
La sentenza integrale
Cass. pen., sez. VI, ud. 4 febbraio 2026 (dep. 3 marzo 2026), n. 8266
Ritenuto in fatto
1. Con il provvedimento in epigrafe, la Corte di appello di Reggio Calabria confermava la sentenza emessa dal Giudice per l’udienza preliminare presso il Tribunale della stessa città, con cui F. C. era stato ritenuto responsabile del reato di cui all’art. 73, comma 1, d.P.R. del 09 ottobre 1990, n. 309, per avere detenuto ai fini di cessione 56,66 grammi di sostanza stupefacente del tipo cocaina.
2. Avverso la sentenza, F. C., per il tramite del difensore di fiducia, ha presentato ricorso con cui ha dedotto:
- vizio di motivazione quanto alla mancata derubricazione nella fattispecie di minore offensività, prevista dal comma 5 dell’art. 73 cit. d.P.R. n. 309;
- violazione di legge e vizio di motivazione in relazione all’art. 192 cod. proc. pen., per assenza di gravi indizi circa la riconducibilità ad “un’attività di grande spaccio”;
- violazione di legge, in relazione all’art. 240 cod. pen., e vizio di motivazione quanto alla confisca delle somme di danaro rivenute nell’abitazione e nella disponibilità del C..
3. Alla odierna udienza - che si è svolta alla presenza delle parti – il Pubblico Ministero e il difensore di fiducia dell’imputato hanno concluso come in epigrafe.
Considerato in diritto
1. E’ fondato e va accolto il terzo motivo inerente alla confisca della somma di danaro oggetto di sequestro nei confronti di F. C.. Sono, invece, inammissibili i motivi ulteriori, in punto di qualificazione giuridica della fattispecie di reato in contestazione.
2. I primi due motivi di ricorso possono essere trattati cumulativamente investendo la medesima quaestio iuris della omessa sussunzione della condotta ascritta all’imputato nell’ambito del “piccolo spaccio” ex art. 73, comma 5, cit. d.PR. n.309.
2.1. Il devolutum è stato oggetto di puntuale disamina nei precedenti gradi di giudizio. La sentenza dei Giudici del grado superiore è, infatti, esattamente confermativa di quella di primo grado: la Corte di appello ha operato frequenti riferimenti al percorso motivazionale seguito dal primo Giudice e si attenuta ai medesimi criteri nella valutazione del compendio probatorio.
Si è, dunque, in presenza di un caso di "doppia conforme", per i ripetuti richiami alla prima sentenza contenuti nella seconda e per l'impiego da parte dei Giudici dei due gradi dei medesimi criteri di valutazione delle prove: con la conseguenza che, ai fini del controllo di legittimità da effettuare in questa sede sui prospettati vizi di motivazione, le due sentenze di merito devono essere lette congiuntamente, costituendo un unico complessivo corpo decisionale (in questo senso, tra le molte, Sez. 2, n. 37295 del 12/06/2019, E., Rv. 277218; Sez. 3, n. 44418 del 16/07/2013, Argentieri, Rv. 257595; Sez. 3, n. 13926 del 01/12/2011, dep. 2012, Valerio, Rv. 252615).
2.3. Nelle sentenze di merito si è ritenuto che il dato ponderale della sostanza detenuta (56,66 grammi di cocaina), la tipologia di sostanza (droga pesante), le modalità della condotta, il rinvenimento presso l’abitazione dell’imputato di un bilancino di precisione e il possesso di una cospicua somma di danaro in contante, suddiviso in banconote da 50 euro, non giustificabile per lo stato di disoccupazione del C., fossero elementi “fortemente sintomatici” di un’attività di detenzione ai fini di spaccio dalla portata “niente affatto occasionale” e, dunque, come tale non qualificabile in termini di lieve offensività.
2.4. Al cospetto di un siffatto apparato argomentativo, adeguato e privo di fratture logiche, che abbia appositamente e correttamente rivalutato il compendio probatorio, senza sfasature e senza incorrere in vizi di manifesta illogicità o di contraddittorietà nella lettura della prova stessa, la motivazione del provvedimento impugnato non si presta ad essere sindacata in sede di giudizio di legittimità, non essendo in tal caso ravvisabile il vizio di motivazione, deducibile ai sensi dell’art. 606, comma 1, lett. e) , cod. proc. pen.
Ed infatti, l'indagine di legittimità sul discorso giustificativo della decisione ha un orizzonte circoscritto, dovendo il sindacato demandato al giudice di legittimità essere limitato - per espressa volontà del legislatore - a riscontrare l'esistenza di un logico apparato argomentativo sui vari punti della decisione impugnata, senza possibilità di verificare l'adeguatezza delle argomentazioni di cui il Giudice di merito si è avvalso per sostanziare il suo convincimento.
Esula dai poteri della Corte di cassazione quello di una "rilettura" degli elementi di fatto posti a fondamento della decisione, la cui valutazione è, in via esclusiva, riservata al Giudice di merito, senza che possa integrare il vizio di legittimità la mera prospettazione di una diversa, e per il ricorrente più adeguata, valutazione delle risultanze processuali (Sez. U, n. 6402 del 30/04/1997, Dessimone ed altri, Rv. 207944).
Il ricorrente, dunque, non può pretendere di sostituire le proprie valutazioni a quelle compiutamente e persuasivamente espresse dai Giudici di merito, né può chiedere alla Corte di legittimità di esprimere giudizi di fatto che esulano dal sindacato che le compete.
2.5. Analogamente non è consentito il motivo di ricorso che deduca la violazione dell'art. 192 cod. proc. pen., per censurare l'omessa od erronea valutazione degli elementi di prova, acquisiti od acquisibili, in quanto i limiti all'ammissibilità delle doglianze connesse alla motivazione, fissati specificamente dall'art. 606, comma 1, lett. e), cod. proc. pen. non possono essere superati ricorrendo al motivo di cui alla lettera c) della medesima disposizione, nella parte in cui consente di dolersi dell'inosservanza delle norme processuali stabilite a pena di nullità, inutilizzabilità, inammissibilità o decadenza (Sez. 1, n. 1088 del 26/11/1998, dep. 1999, Condello, Rv. 212248; Sez. 6, n. 45249 del 08/11/2012, Cimini, Rv. 254274; Sez.2, n. 38676 del 24/05/2019, Onofri, Rv. 77518). Al riguardo la Corte di cassazione ha chiarito che la riconduzione dei vizi di motivazione di cui alla lett. e) alla categoria di cui alla lettera c) stravolgerebbe l'assetto normativo delle modalità di deduzione dei predetti vizi, che limita la deduzione ai vizi risultanti "dal testo del provvedimento impugnato ovvero da altri atti del processo specificamente indicati nei motivi di gravame" [lett. e)], laddove, ove se fossero deducibili quali vizi processuali ai sensi della lettera c), in relazione ad essi questa Corte di legittimità sarebbe gravata da un onere non selettivo di accesso agli atti (così Sez. U, n 29541 del 16/07/2020, Filardo, Rv. 280027-02).
2.6. Né è ravvisabile il pur dedotto vizio di violazione di legge, posto che il ricorrente non ha introdotto elementi in grado di destrutturare la logicità e coerenza intrinseca delle valutazioni censurate, ma, dietro lo schermo della violazione di legge, ha sostanzialmente sollecitato una lettura diversa e più favorevole del compendio probatorio, non consentita in sede di legittimità, ove – come nel caso di specie- non si rinvengano vizi.
3. E’, invece, fondato il ricorso limitatamente al motivo inerente alla confisca della somma di danaro ritenuta, nella sentenza impugnata, profitto del reato.
Al ricorrente si addebita esclusivamente di avere detenuto sostanze stupefacenti a scopo di cessione, non già di averle vendute. Trattandosi di possesso illecito di stupefacente non è applicabile l'art. 240 cod. pen.
L'art. 240, comma 1, cod. pen., per quanto rileva nella fattispecie, prevede la confisca delle cose che costituiscono il profitto del reato che è costituito dal lucro, cioè dal vantaggio economico di diretta e immediata derivazione causale dal reato presupposto (ex multis, Sez. U, n. 31617 del 26/06/2015, Lucci, Rv. 264436-01; Sez. 2, n. 53650 del 06/10/2016, Maiorno, Rv. 268854-01Sez. 6, n. 33226 del 14/07/2015, Azienda Agraria Greenfarnn, Rv. 264941-01).
È, pertanto, certamente ammessa la confisca del danaro che costituisca provento (cioè profitto) del reato di vendita di sostanze stupefacenti quando tale sia il reato per cui si procede.
Ne deriva che la somma rinvenuta nella disponibilità dell'imputato, anche ad ammettere che sia provento di spaccio di sostanze stupefacenti, non costituirebbe il profitto del reato in contestazione ma di altre, pregresse, condotte illecite di cessione di droga, con l'introito del relativo corrispettivo.
Viene, quindi, a mancare il nesso tra il reato ascritto all'imputato e la somma di danaro rinvenuta nella sua disponibilità, che non può pertanto essere confiscata, ex art. 240 cod. pen., potendo costituire oggetto della statuizione ablatoria esclusivamente il provento del reato per il quale l'imputato è stato condannato e non di altre condotte illecite, estranee alla declaratoria di responsabilità (Sez. 4, n. 40912 del 19/09/2016, Ka, Rv. 267900; Sez. 4, 20130 del 19/04/2022, Donato, Rv. 283248).
3.2. In assenza, dunque, di relazione qualificata con il reato, la confisca può essere disposta, eventualmente, a norma degli artt. 85-bis, d.P.R n. 309 del 1990, e 240-bis, cod. pen., qualora la somma rinvenuta nella disponibilità del ricorrente risulti sproporzionata rispetto ai suoi redditi leciti ed egli non ne abbia giustificato la provenienza mediante verificabili allegazioni, come, del resto, affermato nella sentenza di primo grado contestata sul punto con i motivi di appello.
La sentenza dev’essere, pertanto, annullata, con rinvio ad altra Sezione della Corte di appello di Reggio Calabria, rendendosi indispensabile un supplemento di motivazione in relazione a tale controverso aspetto.
Dichiara inammissibile nel resto il ricorso.
P.Q.M.
Annulla la sentenza impugnata limitatamente alla disposta confisca e rinvia per nuovo giudizio sul punto ad altra Sezione della Corte di appello di Reggio Calabria.
Dichiara inammissibile nel resto il ricorso.








































